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[r] Stefano Ferrio: Il profumo del diavolo

  • Scritto da Laura Costa Damarco
Stefano Ferrio, Il profumo del diavolo
Marsilio Editori, Venezia, 2004
Farfalle Marsilio "I gialli", 536 pagine, 18 euro


La copertina del libro
Stefano Ferrio è nato a Vicenza nel 1956. Nel 1999 ha pubblicato con Antonio Stefani Calcio a due e ha vinto il Premio Gialloestate con il racconto Il naso (gialli Mondadori), dove debutta il personaggio di Claudia Palumbo. Attualmente collabora con "Il Gazzettino", "l’Unità" e "Diario";insegna semiologia del cinema e degli audiovisivi all’Università di Padova.



La detective di Stefano Ferrio, alla sua seconda apparizione in un "giallo", è una giovane donna intrigante, affascinante e imprevedibile. La sua eccezionale capacità olfattiva non le consente solo di essere contesa da profumieri famosi, che non lesinano sul suo onorario, ma ne fa anche una preziosa consulente della polizia.

Ne Il profumo del diavolo, il "naso" di Claudia Palumbo è impegnato a rovistare alla ricerca di un truce personaggio, dedito a messe nere, riti satanici, orrende sevizie inferte a vittime anonime e indifese che egli va a cercarsi fra gli emarginati. Il "demonio" in questione, tuttavia, questa volta ha rapito una bambina di quattro anni, Veronica Vaccari, figlia di un ricco borghese di Vicenza: il suo è stato un "errore", perché, a differenza di quelli dei poveracci di cui finora egli ha approfittato, il sequestro della bimba viene denunciato alla polizia e Melanicus, l'orco, si ritrova addosso schiere di detective agguerriti. D'altra parte, non è facile individuarlo, poiché Melanicus ha l'aspetto tranquillizzante di un elegante, raffinato quarantenne, con tanto di bella moglie e tre bambini deliziosi: gente d'alto affare, al di sopra d'ogni sospetto.

Condurre un giallo a ritmo serrato, avvincente, incalzante per 529 pagine, non è cosa da poco: va riconosciuto a Stefano Ferrio il merito di averlo saputo fare, con abili espedienti narrativi, continui spostamenti di sequenze, interruzioni azzeccate e "tagli" veloci, che alternano scene agghiaccianti a spaccati della provincia veneta densi di sapido umorismo, seguendo una tecnica sfruttata dalle soap opera più riuscite; una tecnica, volendo andare dalle stalle alle stelle, usata anche dal divino Ludovico Ariosto nell'Orlando Furioso.
Tuttavia, il Ferrio non ha certo la "leggerezza" ariostesca quando si abbandona a truci descrizioni di sevizie, forse per seguire un gusto alquanto diffuso nell'ultimo decennio, in cui, per riuscire a stupire in ambito "horror", sembra sia necessario scendere sempre più in basso. Questo è, indubbiamente, un limite: a furia di voler stupire con le atrocità, si rischia di sconfinare nel grottesco.
Eppure l'autore esprime una chiara propensione per la vita: «... tutto ciò che conta è qui [...] in questa luce che arriva dal mare, e splende solo per noi»: sono le ultime parole di Dedalus, un altro individuo demoniaco che si spegne affermando una profonda nostalgia verso la luce, appunto.
Tale contraddizione appartiene, comunque, allo spirito del romanzo dove spesso i personaggi sono umanamente ambigui e dove persino Claudia Palumbo, insospettabile protagonista "positiva", conosce le sue ore aberranti di delirio, momentaneamente corrotta dal Male che l'accerchia: un altro punto, mi sembra, a favore dell'Autore. Cui va dato atto, inoltre, di una notevole vivacità espressiva, che diviene particolarmente efficace in certe ariose descrizioni della campagna veneta, di quella toscana e, soprattutto, dei sordidi caruggi nella città vecchia di Genova. Eccellente, infine, la capacità di descrivere i personaggi, anche e soprattutto quelli minori, con scarne, graffianti, intense notazioni.
Per chi non teme i libri "ponderosi", una interessante lettura.
Laura Costa Damarco

@il_trillo

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