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Riccardo Muti senza peli sulla lingua in Valle d'Aosta: «i tagli alla cultura rappresentano l'ignoranza»

  • Scritto da Elena Meynet

Riccardo Muti durante l'incontro a Gressan, in Valle d'Aosta Un'ode all'italianità: questo è stato l'intervento di Riccardo Muti in una breve scappata in Valle d'Aosta, per ritirare il premio "Anselmo d'Aosta" offertogli dagli "Amici del Tour de Villa" a Gressan, senza autorità, a parte il sindaco e l'assessore comunale alla cultura, perché non sono state invitate.
Senza peli sulla lingua, con verve pacata, battute, accenni d'arie d'opera, cadenze al pianoforte, il direttore d'orchestra, fra i più amati ed apprezzati al mondo, ha ridisegnato un quadro della situazione musicale in Italia. 
«Mi sono un po' stufato di vedere il nostro repertorio che è diventato, in giro per il mondo, qualche cosa tra l'intrattenimento e la roba seria - ha criticato - quando si esegue Strauss, quando si esegue Wagner, si esegue Mozart, il pubblico ha un atteggiamento di estremo, sacerdotale rispetto verso questi autori. Quando si esegue "ta ta ta", ecco che lì gli italiani si vedono: anche perché "La donna è mobile" andrebbe cantata in un certo modo, come, sì è vero, una canzonaccia da balera, però anche quella può assurgere a fatto d'arte, come Verdi l'aveva pensata».
Ma se in sala, nell'auditorium della "Banca di Credito cooperativo valdostana" di Gressan, ricorda gli anni '80 e confronta le orchestre di allora con quelle di oggi, a margine, con iltrillodeldiavolo.it, si lascia andare ad un pensiero affettuoso all'amico e collega Lorin Maazel, scomparso domenica 13 luglio: «io ritengo, come tutti, che la perdita di Maazel è una grande perdita per il mondo musicale. A Maazel mi legava non solamente un senso di ammirazione ma anche un grande rapporto di amicizia, eravamo molto amici, ci conoscevamo da tantissimi anni. Lui ha fatto molto, è stato direttore di varie orchestre importanti e si è dedicato molto anche ai giovani. Prima Abbado, adesso Maazel, sono delle perdite gravi ma quello che hanno fatto resta nella storia dell'interpretazione».
In sala parla a tutti, ai musicofili come a chi suona uno strumento, spiega fraseggi, effetti di scena e, fra Mozart e Verdi, regala consigli preziosi di lettura ed ascolto dei grandi: «nel "Rigoletto": lo scatto di Gilda che arriva - ha raccontato - il colpo di teatro è proprio nel passare da questo momento triste, in cui Rigoletto riflette sulla maledizione e la sventura che lo sta toccando, alla presenza di Gilda, che qui mostra al padre di essere viva. Non si coglie mai perché per tradizione il baritono canta forte, certo non andava gridando per le vie di Mantova "follia". E' un passaggio così lungo, sembra si dimentichi persino di avere la gobba, il pubblico in delirio continua ad applaudire sulla nota piu acuta, il "sol" naturale, e non si sente il direttore che dirige il passaggio che segna il colpo di teatro. Poi Rigoletto si... riprende la gobba ed esce di scena. Vi pare che un grande musicista, grande uomo di teatro come Verdi poteva accettare una cosa simile? Ma a quei tempi non c'era la "Siae" e l'impresario una volta che aveva in mano la partitura faceva quel che voleva. E' un'armonia che non risolve, io vorrei poter leggere una volta una stroncatura di questo e poter spiegare che è una porcheria. Si facesse su Mozart o su Wagner sarebbe la guerra mondiale ma siamo in Italia...»
All'uscita dalla "Tour de Villa", il maestro è stato accolto da un gruppo di ottoni, studenti del biennio del "Conservatoire" di Aosta: «sono ragazzi provenienti da tutta Italia - spiega Stefano Viola, che coordina il corso assieme al collega Davide Sanson - alcuni si sono fermati apposta per incontrare Riccardo Muti, che si è intrattenuto a parlare con loro, una grande emozione. Peccato che fra il pubblico ci fossero davvero pochi professionisti valdostani della musica».
I quattordici ragazzi hanno suonato un madrigale di Orazio Vecchi e la "Sonata septimi toni" di Giovanni Gabrieli, entrambi giocati sulla tecnica del doppio coro, inframmezzati dall'"Ave Maria" di Anton Bruckner: «il più bel complimento - aggiunge il direttore del "Conservatoire", Florinda Bartolucci - è stato sentirgli dire "Non credevo di trovare in Valle d'Aosta un livello così alto».
Nel suo discorso sui musicisti di ieri e di oggi ha lanciato una critica ai nuovi ordinamenti, per cui sono tutti "dottori", mentre il maestro, il "musicista diplomato", indicava una figura professionale ben precisa e non ad esempio il "laureato in grancassa". Il pensiero del musicista "outsider" è andato anche ai giovani «che studiano senza sapere se poi potranno praticare la strada che hanno scelto. I tagli alla cultura sono decenni di ignoranza - ha poi aggiunto a iltrillodeldiavolo.it - e sono decenni che io combatto contro questo malcostume. Continuerò a combattere sperando che, ad un certo punto, qualche cosa si sblocchi, non solamente a livello di una sola persona, che da solo non può fare niente o può fare poco, ma che tutto il sistema governativo si orienti a salvare perlomeno le generazioni che verranno».
«Sono un "outsider" perché non ho mai fatto parte del mondo dei musicisti, ma ho fatto parte del mondo della musica - ha concluso Riccardo Muti, che non si è negato a foto ed autografi con gli ammiratori - quando finisce un concerto, un'opera, io mi ritiro. Casomai a cena, con gli amici, ma non ho agenti, non ho manager, il che mi permette, quando ho qualcosa da dire, se devo sparare sparo, tanto scheletri nell'armadio non ne ho, posso avere al massimo qualche peccato veniale».

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