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Tokyonize 6: I WC del Giappone, fra tradizione e futuro

  • Scritto da Luigi Curini e Maria Novozhilova
OhaguroAndare in bagno non è mai stato così difficile come lo è in Giappone. Scherziamo? Neanche un po’. Gli imbarazzi e gli stupori tra i gaijin (letteralmente “persona esterna (al Giappone)”, ovvero straniero, ma anche un po’ barbaro…) non mancano infatti mai di fronte ad un wc locale, per niente facile da comandare. Più che semplici tazze sono dei veri congegni ultra-tecnologici attrezzati con decine di pulsanti. I coperchi che si alzano magicamente da soli quando vi ci avvinate, i sedili piacevolmente riscaldati se fuori fa freddo, la musichetta che parte se è necessario schermare momenti più o meno delicati. Dei veri robot al vostro servizio. Ma funzionano correttamente solo se riuscite a decifrare le didascalie ivi riportate, rigorosamente tutte in lingua autoctona.
E se non parlate giapponese? Allora non vi resta che provare a caso, premendo tasti sconosciuti ai vostri occhi con il rischio di farvi una vera e propria doccia visto che funzionano anche come bidet. Ma dopotutto, dove, se non in Giappone, potevano nascere invenzioni cosi sorprendenti? In una terra ricca di tecnologia ma anche di una lunga storia di tradizioni legate alla cura del proprio corpo: dall’amore per l’igiene (dimostrato dalla persistente popolarità degli onsen, secolari bagni pubblici alimentati dalle acque termali) fino alla intolleranza verso le imperfezioni (basti qui ricordare la moda tradizionale dell’ohaguro: ovvero il tingersi i denti con un perfetto nero per non rischiare che essi ingialliscano), ecco l’antica origine dell’impeccabile bagno giapponese. Che qua chiamano, tra l’altro, “bagno occidentale”.
Paese che vai, detti che trovi…
Luigi Curini e Maria Novozhilova

@il_trillo

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