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Hitchcock vs Welles: La donna che visse due volte supera Quarto potere come film più bello di sempre

  • Scritto da Enrico Zoi

191 a 157: con questo punteggio da superbasket La donna che visse due volte (Vertigo, 1958), di Alfred Hitchcock, scavalca Quarto potere (Citizen Kane, 1941), di Orson Welles, nella storica classifica approntata ogni dieci anni dalla rivista cinematografica inglese Sight and Sound, edita dal British Film Institute dal 1932, in pratica i Cahiers du Cinema d'Oltremanica.

La notizia è una piccola grande bomba. Il capolavoro di Welles, il suo esordio da regista all'età di 26 anni dopo i due corti degli anni '30, ha da sempre stravinto questo genere di graduatorie, frutto delle scelte di un'ampia e quotata giuria di critici ed esperti, mentre quest'anno si trova a ben 34 lunghezze dal film con James Stewart e Kim Novak. Un bel distacco, una fuga in avanti tutta da interpretare, ammesso che sia possibile. Quarto potere racconta della morte del magnate della stampa Charles Foster Kane (lo stesso Welles), ispirato alla figura reale dell'editore William Randolph Hearst, e del giornalista Jedediah Leland (Joseph Cotten) che cerca di svelare il mistero delle sue ultime parole, Rosebud.
Il film, che segna una rivoluzione nel modo di fare cinema, è da subito osannato dalla critica, ma è un fiasco al botteghino. Diviene però un cult e un evergreen, proprio in virtù dell'eccezionale carica innovativa e della capacità di scandagliare l'animo umano anche attraverso l'analisi di certi meccanismi del giornalismo e dell'editoria. Temi e mondi cari al regista, già protagonista nel 1938 della famosa radiocronaca del finto arrivo dei marziani sulla terra, che scatenò il panico fra gli ascoltatori.
Dopo decenni di dominio sugli altri film, evidentemente l'epoca della ipercomunicazione e delle nuove videotecnologie richiede una nuova riflessione su questi argomenti, o forse il potere in questo caso logora chi ce l'ha, o semplicemente il carro armato Alfred Hitchcock sta avanzando inesorabile, forte della propria grandezza e della maggiore popolarità. Certo, il trentennale della morte del regista inglese (1980-2010) con le sue recenti celebrazioni e rivisitazioni può aver influito (con i dati biografici di Welles bisogna andare al 1995 o al 2015), ma non può bastare a spiegare. La trama più complicata di Hitchcock, con il detective Scottie (James Stewart) che deve lasciare la polizia perché sofferente di vertigini e viene ingaggiato e ingannato da un suo ex compagno di college, con la storia di Madeleine/Judy (Kim Novak) e le varie manifestazioni della morte, dell'amore e del tempo che essa racconta, con le invenzioni tecniche nelle riprese che, se non mutano la storia del cinema, lasciano il segno in generazioni di registi e spettatori, con la capacità dell'autore di entrare in maniera più subdola e meno aggressiva, strisciante anziché d'assalto, da esperto 59enne con già 44 film alle spalle rispetto alle pulsioni giovanili di Welles al suo debutto nel lungometraggio, tutto questo alla fine probabilmente paga. Per quanto, questa possibile vittoria della maturità, arrivando solo dopo mezzo secolo, la dice lunga sulla grandezza di Quarto potere! Onore però alla donna hitchcockiana che due volte visse ma che risalendo le spirali della sua grandiosa e celeberrima vertigine è poi risultata la pellicola più bella di sempre. Un onore che le tributiamo attraverso il famoso libro-intervista di François Truffaut.
Due passaggi per mostrare da un lato la costante severità di giudizio di Hitchcock verso se stesso e dall'altro il successo di critica e pubblico dei suoi capolavori. Il primo. Alla domanda di Truffaut «Ho l'impressione che le piaccia molto La donna che visse due volte», il regista risponde così: «Mi dà fastidio il buco che c'è nel racconto. L'uomo, il marito che ha gettato il corpo della moglie dalla sommità del campanile, come poteva sapere che James Stewart non avrebbe salito le scale? Perché soffriva di vertigini? Ma non poteva esserne sicuro!» E poi, a proposito di Kim Novak, seconda scelta al posto di Vera Miles per la quale il film è pensato, giudicata però da Truffaut 'perfetta' e «molto adatta alla parte soprattutto per la sua caratteristica animalesca e passiva», Hitchcock usa queste parole: «È arrivata sul set con la testa piena di idee che sfortunatamente mi era impossibile condividere. Le ho spiegato quali abiti e quali cappelli doveva portare: quelli che io avevo stabilito già da diversi mesi. Le ho fatto capire che la storia del nostro film mi interessava molto meno dell'effetto finale, visivo, dell'attore sullo schermo». Infine, il commento del regista francese: «Tutte queste difficoltà preliminari la rendono ingiusto nei confronti del risultato finale, tutti coloro che ammirano La donna che visse due volte amano Kim Novak nel film. Non si vede tutti i giorni un'attrice americana così sensuale sullo schermo».
Intenzioni e risultati, programmazione e imprevedibilità del cinema, scontri e incontri di caratteri: anche da questo classico gioco tra volontarietà e involontarietà, ragione, destino e fato, nasce quello che oggi, a 54 anni dalla sua realizzazione, è considerato il film numero uno della storia del cinema. Una vertigine e una visione nella quale è bello lasciarsi andare.


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