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Venezia 69: il Leone d'Oro alla resurrezione di Kim Ki-duk, Pieta

  • Scritto da Leonardo Pasquinelli

Kim Ki DukRinnovamento, aveva detto Alberto Barbera presentando il suo ritorno alla guida della Biennale di Cinema. Ridimensionamento, aggiungiamo noi. A partire dalle presenze. Sedie vuote in sala fin dai primi giorni, quantificate in un calo dell’otto per cento, a dire del Presidente della Biennale Paolo Baratta. E poi, quello che si è visto. Non era facile replicare l’edizione 2011, grande qualità in gara,  con il picco del "Faust" firmato Sokurov: Muller voleva una chiusura brillante per la sua esperienza veneziana, e ci riuscì.

Un anno dopo, siamo a commentare una rassegna che in undici giorni di proiezioni raramente ha strappato applausi. Molto cinema convenzionale, pochi i progetti realmente sperimentali, relegati nelle sezioni minori. Per lasciare spazio, in selezione ufficiale a pellicole come quella di Francesca Comencini, il suo “Un giorno speciale”, l’ultimo film in concorso (più che una metafora), che ha messo d’accordo pubblico e critica. In negativo. Un progetto come “L’Intervallo” di Leonardo di Costanzo ci avrebbe regalato un’altra passerella. Intendiamoci, ben lontana dalla strada verso il Leone d’Oro. Ma almeno dignitosa.
Leone d’Oro che è andato a “Pieta” (senza accento), di Kim Ki-duk. Era noto che la pellicola del prolifico cineasta coreano (diciotto film in sedici anni), avesse colpito fin da subito il presidente di giuria Michael Mann. Che evidentemente ha prevalso sui pareri degli altri giurati, consegnando un premio che sa anche tanto di resurrezione di Ki-duk persona. Il regista ha avuto un lungo periodo lontano dai riflettori, quando nel 2008, durante le riprese di “Dream”, la protagonista femminile rischiò di morire impiccata durante un scena. Da lì, sparì dalle scene per tre anni, ricomparendo l’anno scorso a Cannes con “Arirang”. Visto in quest’ottica, il Leone d’Oro chiude il cerchio.
In un’edizione non indimenticabile, premiare “Pieta” non fa gridare allo scandalo, anche perché il grande favorito della vigilia, Paul Thomas Anderson, porta comunque a casa una menzione e una Coppa Volpi.

Gli altri premi in dettaglio:
Premio Osella alla miglior sceneggiatura a Olivier Assayas per “Après Mai”, fino all’ultimo uno dei papabili per il Leone.
Premio Marcello Mastroianni (attori emergenti) a Fabrizio Falco, presente nei film di Ciprì e Bellocchio, entrambi in concorso.
Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile a Hadas Yaron, interprete dell’israeliano “Fill the Void” di Rama Burshtein.
Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile ex aequo a Joaquin Phoenix e Philip Seymour Hoffman, mattatori in “The Master” di Paul Thomas Anderson.
A “The Master” va anche il Premio speciale della giuria, o secondo posto che dir si voglia.
Leone d’argento per la miglior regia a “Paradies: Glaube”, di Ulrich Seidl, secondo capitolo della “trilogia Paradies” del regista austriaco.
Nella sezione Orizzonti, menzione a “Tango Libre” di Frédéric Fonteyne, intreccio sentimentale fra una guardia carceraria e la compagna di un detenuto, con garbati toni di commedia. Mentre il premio vero e proprio va al bellissimo “San zi mei” (“Three Sisters”) di Wang Bing, che racconta la vita quotidiana di una famiglia con tre figlie nella Cina rurale. Passerà venerdì 14 settembre su Rai 3 durante Fuori Orario, da non perdere.
Il premio Opera prima Luigi de Laurentis va al turco di Ali Adyn con “Küf”. Un padre che vive la scomparsa di suo figlio nel Kurdistan turco.
Assoluto il silenzio calato intorno a “Spring Breakers" di Harmony Korine (già recensito su questo sito), l’unica vera sorpresa di questo festival. Che evidentemente non è ancora pronto per premiare film del genere.

@il_trillo

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