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Venezia 70: L'Intrepido di Gianni Amelio e Sacro GRA di Gianfranco Rosi

  • Scritto da Leonardo Pasquinelli

Gli italiani nella selezione ufficiale della Mostra del Cinema di Venezia dividono fra applausi e fischi le proiezioni stampa. “L’Intrepido”, esordio di Gianni Amelio nel cinema digitale. “L’Intrepido” è Antonio Pane (Antonio Albanese), 48enne milanese con un figlio sassofonista e una ex moglie, scappata verso un futuro da mantenuta, che non vede più. Riempie le giornate lavorando come “rimpiazzo”. Ergo, presentandosi ogni mattina dal caporione (Alfonso Santagata), che lo spedisce a sostituire chi non può essere al suo posto di lavoro, ovunque capiti. Impieghi di poche ore, un paio di giorni quando va bene, dal cameriere al conduttore di tram, in cui Antonio si cala con serenità anche se circondato da personaggi mostruosi che si adoperano per umiliarlo. In un mondo dove il lavoro è una fortuna e ammalarsi è un lusso. Unica eccezione, l’accoglienza materna che riceve da un gruppo di operaie tessili a cui ha consegnato pizze nella pausa pranzo. Non ha e non cerca prospettive Antonio, rifugiandosi nell’amore per il problematico figlio Ivo (il musicista Gabriele Rendina, alla sua prima apparizione sul grande schermo) e tentando sporadicamente la fortuna nei concorsi pubblici. In uno di essi nota una ragazza in difficoltà e le passa le soluzioni dei quesiti. Lucia (Livia Rossi, anche lei esordiente), sola più di lui, si affeziona alla figura protettiva che Antonio sa offrirle, alla buona parola che esce dalle sue labbra anche nelle situazioni più penose. I due si incontrano spesso, nel turbinio delle loro vite da precari, iniziando un avvicinamento emotivo. Cauto da parte di lei, sognante per lui. Antonio trova gli stimoli perduti nell’amore che sta nascendo, non cogliendo tuttavia e non riuscendo a lenire l’enorme disagio interiore sedimentato nella ragazza. Dalla fine tragica fra i due, Antonio tocca il fondo e trova la forza di resettare, scegliendo di ripartire da ancora più in basso, una miniera in Albania. E non rinunciando mai a viaggiare per rivedere Ivo, con cui nonostante l’amore, i rapporti sono tutt’altro che lineari. Sistemerà tutto il finale, consolatorio. Spicca la performance di Albanese, capace di calarsi in un personaggio fiabesco, charlottiano, che racconta la realtà contemporanea a voce bassa, con dolcezza e dignità. Il resto del cast (Santagata a parte) e soprattutto una sceneggiatura estremamente fragile non supportano un’opera che delude le notevoli aspettative di chi attendeva al Lido il ritorno di Amelio, ultimo italiano a vincere il Leone d’Oro (“Così ridevano”) nel 1998. O forse, per “L’Intrepido” anche lui si è affidato ad un rimpiazzo.
Ultimo in gara Gianfranco Rosi, figlio illustre presto affrancatosi dall’ombra paterna con documentari girati in Stati Uniti e Messico che hanno riscosso premi ovunque, ma soprattutto a Venezia (“Below sea level” nel 2008 e “El sicario room 164” nel 2010). Stavolta con “Sacro GRA” si concentra su un luogo che più italiano non si può, il Grande Raccordo Anulare di Roma (curiosità: l’acronimo GRA è dovuto in realtà al suo ideatore, l’ingegnere Eugenio Gra). Un continuo brulicare di mezzi che viaggiano sfreccianti o in colonna, formando l’anello di Saturno che circonda la capitale. Intorno, gravitano una miriade di storie in sospeso fra il dentro e il fuori, che Rosi ha investigato in giro su un minivan per oltre due anni, selezionandone sei. Il nobile piemontese che vive  con la figlia nelle case del comune, il botanico che combatte i parassiti delle sue palme, il sorridente pescatore di anguille che vive ai bordi del Tevere, le prostitute che trascorrono la giornata nelle aree di sosta, il principe decaduto che affitta la villa sulla Boccea per produzioni cinematografiche e fotoromanzi, il soccorritore del 118. Vite che incedono parallele, senza conoscersi, magari incrociandosi nei centri commerciali piuttosto che nei bar per soli uomini sparsi a manciate lungo il Gra. Il filo rosso che le unisce è l’evidente condizione di confinati in un mondo che appare distante, antitetico, sigillato rispetto alla metropoli che sta a pochi passi. Il Cupolone è lì, lo si vede bene dalla finestra, ma sembra irraggiungibile, tanto che non ci si pone neppure il problema di raggiungerlo. L’accettazione, serena più che supina, di una vita ai margini. Un’opera sul tema del viaggio, esplorativa, stimolante in certi passaggi (i due nobili decaduti meriterebbero un doc apposito) ma fragile dal punto di vista visivo. E soprattutto, incapace di aggiungere qualcosa di nuovo alle innumerevoli trasmissioni televisive che da anni si occupano, bene, di marginalità. Facendo giornalismo, non cinema.

@il_trillo

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