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"La vita oscena" di Aldo Nove portata sullo schermo a Venezia da Renato De Maria

  • Scritto da Leonardo Pasquinelli


Clément Métayer in 'La vita oscena'

Nei primi giorni di festival, il Lido stenta ad animarsi. Le presenze in sala attendono i picchi del fine settimana e, miracolo, tutti gli accreditati riescono ad accedere alle proiezioni. Il concorso ufficiale si adatta al clima primaverile vagamente pigro e stenta a decollare, nelle sue varie sezioni. Non fa eccezione, purtroppo, la prima pellicola italiana presentata in Orizzonti, "La vita oscena" di Renato De Maria.
Tratto dal romanzo di Aldo Nove, a sua volta ispirato ad una storia vera: la sua. La coraggiosa autobiografia partorita dallo scrittore varesino nel 2010, diventa sullo schermo la vicenda di Andrea (Clément Métayer, già a Venezia come applaudito protagonista in "Après Mai" nel 2012), che nell’età della contestazione preferisce il focolare di mamma (Isabella Ferrari) e papà (Roberto De Francesco) alle sperimentazioni adolescenziali. Il suo mondo è tutto lì, sorridente dentro alle sgranate immagini di repertorio familiare, ma si sgretola all'improvviso per la morte in sequenza di entrambi i genitori. Il vuoto di Andrea è troppo grande e inspiegabile per essere affrontato. E allora esce. A guardare il mondo dal suo skateboard, con cui inizia un percorso attraverso i non-luoghi delle periferie milanesi con le loro piazze di spaccio, fino ai centri commerciali, cattedrali di vetro in cui riflette l’angoscia che gli è caduta in grembo. Hashish, cocaina e alcool sono i medicinali del suo malessere, che Andrea incanala in un congegnato percorso dissolutorio il cui fine ultimo è il suicidio. Prima del traguardo, la discesa si sofferma a lungo fra ambienti della prostituzione (vissuti in modalità totalmente passiva, tesa a ricreare il rapporto figlio-madre accudente), dove poter distruggere la sua sessualità, intesa come ultimo istinto vitale. Vive uno stato di continua allucinazione, dove le ossessioni diventano mantra. Andrea è ormai "qualcosa che attende la morte". Dalla vita vuole solo uscire, attraverso la porta di servizio. Ma una discesa così ripida può avere un limite?
Autore tutt'altro che prolifico (cinque film dal 1996), De Maria con i felici esordi di "Hotel Paura" e soprattutto "Paz" ha avuto un’impennata artistica notata anche dai fratelli Dardenne, che cinque anni fa hanno deciso di produrre il suo "Prima linea". Le aspettative sulla presenza a Venezia, con in mano un soggetto così interessante, erano alte, ancor di più tenendo conto della fotografia affidata a Daniele Ciprì e il montaggio di Jacopo Quadri. La reazione della sala non è andata nella stessa direzione. Una sceneggiatura che prescinde quasi dai dialoghi (la vicenda è interamente raccontata dalla voce fuori campo di Fausto Paravidino), il susseguirsi di immagini seriali che raramente escono da strisce di coca, bottiglie vuote e donne oggetto, virano il tutto verso un nichilismo eccessivo, statico. Dopo pochi minuti il racconto si risolve in un concerto per voce narrante e ossessiva musica elettronica, faticoso da seguire nonostante gli 85 minuti di durata. Film che il pubblico italiano rischia comunque di non vedere, dato che al momento non ha alcun distributore.

@il_trillo

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