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Venezia 71: gli Usa dei nuovi homeless in "99 homes" di Ramin Bahrani

  • Scritto da Leonardo Pasquinelli

Michael Shannon in '99 homes'

Il rilancio del cinema d'impegno è un punto centrale della Biennale di Venezia 2014, anticipato negli ultimi mesi dal direttore Alberto Barbera. Spazio dunque, anche nel concorso ufficiale, ai dolorosi temi sociali del terzo millennio, quelli che i media liofilizzano in termini come "crisi globale". Inaugura il filone "99 homes", del 39enne statunitense di origine iraniana Ramin Bahrani, già in concorso a Venezia 69 con "At any price", inspiegabilmente ignorato dalla giuria.

L'inquadratura iniziale sulla scena di un suicidio mette subito le cose in chiaro. Davanti alla polizia arrivata per sfrattarlo, un uomo si è sparato. Fuori dalla stanza rossa di sangue c'è Rick Carver (Michael Shannon), squalo del settore immobiliare nonché esecutore di sfratti per conto del poco comprensivo governo della Florida. Siamo a Orlando, una delle aree a più alta densità immobiliare (e di maggior pregio) del Nord America, dove Rick possiede più di mille case. Da figlio di operai senza neanche assicurazione sanitaria, ha scelto di sopravvivere ad ogni costo, messo da parte gli scrupoli, fino a diventare un medio esponente della casta che ha fatto più soldi durante il crollo dei mutui che prima. Gangster legalizzati, che fumano sigarette elettroniche guardando il mondo dagli ottantesimi piani. Il conflitto di interessi con la figura di pubblico ufficiale è evidente, ma lui ha fiutato per tempo e poi cavalcato la totale deregulation che la lobby dei costruttori USA ha imposto in ambito immobiliare. Dove le tutele per i proprietari/inquilini sono utopia, e la casa può essere pignorata dalle banche a fronte di debiti di poche migliaia di dollari. Le stesse banche che ad arte concedono mutui e prestiti ad altissimo rischio (dietro garanzia dell'unico bene rimasto: la propria abitazione) alle famiglie, per poi derubarle senza ricorrere alla parola furto.

Questa è la sorte che tocca anche a Dennis Nash (Andrew Garfield), ragazzo padre che si affanna in ogni tipo di lavoro per mantenere il figlio dodicenne e la madre Lynn (Laura Dern), con l'unica certezza di avere un tetto sicuro sulla testa. Quando gli viene sottratto, l'unico rifugio è uno dei tanti motel che accolgono sempre più la classe media americana. Da qui Dennis percorre di slancio la parabola incredulità-rabbia-rassegnazione, per superarla e entrare sui binari "giusti": quelli intrapresi da Rick vent'anni prima. Dall'altra parte del guado c'è l'America che vince, il paese "creato dai potenti, che non fa credito ai losers". È la lezione che lo squalo dell'immobiliare sbatte in faccia al suo nuovo uomo di fiducia. Dennis lo segue, impara. A volte lo supera. Profana case, vite. E quando Rick, sempre più proiettato ad ogni costo verso l'alto, lo coinvolge in una serie di truffe, il ragazzo se ne rende complice, in un'escalation che gli fa volgere le spalle al suo recente passato di vittima del sistema in cui ora è motore.

Il racconto, doloroso, accelera e prende il ritmo di un gangster movie. Gira sempre più veloce, finché Dennis capisce che non ha la scorza del suo nuovo capo. Per lui le case non sono solo boxes, ma un diritto che è stato sottratto a lui e molti altri. L'unico a cui aspira, nella sua normalità di padre e figlio. La scelta fra distruggere vite oneste o compiere una dolorosa retromarcia si risolverà in un epilogo spettacolare.


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