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Dalla Calabria all’Indonesia, il cinema di denuncia alla Mostra di Venezia 2014

  • Scritto da Leonardo Pasquinelli

Marco Leonardi in 'Anime nere'

Primo film italiano nel concorso ufficiale, "Anime nere" di Francesco Munzi, coproduzione italo-francese (Rai Cinema) tratta dall'omonimo romanzo di Gioacchino Criaco: ristampato per l'occasione, tornerà in libreria dal 17 settembre.

Africo, Aspromonte. Qui vive la famiglia dei Carbone, ‘ndrina che ha allungato i tentacoli ben oltre i confini della propria regione. Seguirli è un precorso dal Nord Europa al Nord Italia, fino a tornare alla Calabria dura dell'Aspromonte, dove tutto ha inizio e fine. E dove sempre si ritorna, come fanno, da Milano, Luigi (Marco Leonardi), carismatico frontman del clan, di cui anima pensante, ma spietata, è il fratello Rocco (Peppino Mazzotta). Il terzo fratello Luciano (Fabrizio Ferracane) non ha mai lasciato il paese, continuando l'attività pastorizia della famiglia, pur non riuscendo a scindersi dalla ‘ndrangheta. A cui invece è proiettato suo figlio ventenne Leo (Giuseppe Fumo), simbolo di una generazione perduta e senza identità. Il ragazzo ha la mano pesante, ignora i sottili equilibri della malavita, innescando una spirale che porterà alla guerra fra clan, ma soprattutto interna alla stessa ‘ndrina dei Carbone, avviata verso l'implosione.

Film cupo, con tonalità da polar francese. Asciutto, capace di entrare a perfezione dentro a una famiglia criminale e mostrarne gli aspetti antiepici: dai divani di broccato di "Gomorra" si passa alle masserie nascoste in scenari abbandonati (la parte alta di Africo è abbandonata dagli anni 50, quando a seguito di un'alluvione l'intero paese fu ricostruito sul mare), per avvicinare lo sguardo alla quotidianità dei Carbone e scoprirne con stupore i gli aspetti in comune con le vite di tutti noi. Pur nella distanza evidente con l'ambiente sociale raffigurato: una realtà dove si dice mezza parola piuttosto che una e mezza, che ha come pilastro l'immutabilità. Con il suo corollario di piccoli riti pagani (bere le ceneri del santo per guarire dalle malattie) in uso ancora oggi, che riportano l'atmosfera indietro di centinaia d'anni.

Narrazione essenziale quella di Munzi, ma attentissima ai dettagli (da rimarcare le scene di veglia ai defunti, con stanze in penombra zeppe di donne in nero, litanie, e rosari), con particolare attenzione al ruolo delle donne del clan. Il nucleo femminile sembra non definire le vite altrui, ma con la sua inscalfibile fissità emotiva rappresenta il gancio che riporta ad un destino tragico chiunque voglia uscire da quella realtà. In sala dal 18 settembre, un bel regalo per l'inizio della nuova stagione cinematografica.

Cambiamo continente. E storia. Arriva dal documentarista Joshua Oppenheimer, la sorpresa di Venezia 71. "The Look of Silence", seguito ideale del pluripremiato "The Act of Killing" (2012), lascia un segno profondo nel concorso ufficiale e nelle coscienze di chi guarda. Il regista statunitense trapiantato in Danimarca lavora da oltre dieci anni seguendo milizie, squadroni della morte e le loro vittime, per indagare il rapporto fra violenza politica e immaginario pubblico. Stavolta compie qualcosa che non ha precedenti nella storia del cinema: proseguendo il lavoro, iniziato due anni prima, sul genocidio indonesiano di oltre un milione di presunti comunisti avvenuto negli anni ‘60, documenta il confronto fra superstiti e assassini dei loro parenti. Unica forma di processo possibile in una nazione che a distanza di cinquant'anni vede i responsabili dell'eccidio ancora al potere. Accompagnando il fratello minore di una delle vittime fin dentro le case di chi guidava gli squadroni della morte. Gli incontri che ne seguono, intervallati da momenti di vita familiare dei suoi genitori, ci restituiscono immagini di rara potenza visiva quanto emotiva. Domande crude, poste con profonda dignità, che squarciano il silenzio a cui si abituano le vittime, vedendo i loro carnefici rientrare ogni sera nelle case in fondo alla strada. Più che uno sguardo, un "monumento al silenzio", come lo ha definito lo stesso Oppenheimer. Per ricordarci che davanti a tragedie di tale entità, si deve resistere alla voglia di passare subito oltre, fermarci, e ascoltare il silenzio che segue.

@il_trillo

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