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Il cinema italiano si rilancia alla Biennale di Venezia 2014

  • Scritto da Leonardo Pasquinelli

Un frame di 'Senza nessuna pietà'Se la pattuglia dei film asiatici, in attesa di Shinya Tsukamoto (passerà martedì 2 settembre) è visibilmente meno ricca della scorsa stagione (per non parlare della gestione Müller), al Lido quest'anno si nota un incremento qualitativo delle pellicole italiane distribuite fra le varie sezioni.
In Orizzonti è avvenuto il lieto esordio del 35enne Michele Alhaique, con "Senza nessuna pietà". Dietro al titolo piuttosto comune c'è un noir ben congegnato, girato sapientemente nella Roma lontana dal Colosseo, fra le borgate e il litorale di Ostia. E costruito attorno alla figura di Mimmo (Pierfrancesco Favino), muratore alle dipendenze di un'azienda edile criminale, dedita all'usura, che lo sfrutta come esattore di crediti. Parla poco, paterno sul cantiere con i colleghi più giovani quanto filiale nel suo rapporto con Santili (Ninetto Davoli, bentornato), titolare della ditta, che lo ha cresciuto dopo la morte del padre, assassinato. Dietro la maschera di orso silenzioso e assertivo, Mimmo cova un risentimento crescente, dovuto alle ingiustizie di cui è quotidiano protagonista. A scardinare la sua cupa routine giunge Tania (Greta Scarano), giovanissima prostituta che dovrebbe allietare gli uomini del clan Santili. L'innesco della bomba che l'uomo si porta dentro giungerà a conseguenze inevitabili, concluse in un finale espiatorio.
Applausi anche per Saverio Costanzo, in concorso con "Hungry hearts". Parabola di una giovane coppia (lui statunitense, lei italiana) che vive a New York. Prima mezz'ora a doppia velocità, dal primo incontro fra Jude (l'ottimo Adam Driver) e Mina (Alba Rohrwacher) nei bagni di un ristorante, alla gravidanza che lui praticamente le impone per non farla partire, fino all'inevitabile matrimonio. Nasce il figlio, che fa emergere violentemente nella donna insicurezze che diventano ossessioni: il piccolo è un essere speciale, che deve essere protetto dal mondo esterno per preservarne la purezza. E alimentato secondo i dettami vegani. Quando Jude, di nascosto, e dopo sette mesi, ottiene un parere medico che rivela la malnutrizione e il ritardo di crescita di suo figlio, all'interno della coppia ha inizio una battaglia sotterranea, a cui presto prende parte anche la madre di lui. Il ritmo diviene da thriller, in un crescendo di tensione amplificato dalla telecamera a mano inchiodata ai primi piani dei duellanti, che terminerà nel colpo di scena, tempesta prima dell'apparente quiete.
E poi il fenomeno della sezione Orizzonti, "Belluscone" dell'inossidabile Franco Maresco, che quest'anno al Lido ha ottenuto maggior successo dell'antico sodale Daniele Ciprì, curatore della fotografia nel discutibile "La vita oscena". Il regista palermitano, invece, torna ai fasti di "Cinico tv", sintetizza la sua carriera ventennale in un mockumentary sorprendente, interamente girato nella sua città, ottenendo a fine proiezione dieci minuti di applausi. In contumacia, perché Maresco al Lido non si è presentato, scatenando le illazioni più varie. Il film, attraverso interviste vere (Marcello Dell'Utri e Gaspare Mutolo) e immagini di repertorio vere o presunte, racconta la storia di tre fallimenti. Berlusconi in primis. Poi Ciccio Mira, agente musicale degli odierni neomelodici e nostalgico sostenitore di una cultura mafiosa obsoleta rispetto a quella criminal-imprenditoriale del terzo millennio. E infine Maresco stesso, che nel film dichiara la propria sconfitta davanti ad una nazione impermeabile a ogni tipo di cambiamento culturale, concetto sintetizzato dall'autore nella sequenza dell'ormai celebre passerella che l'oggi primo ministro Matteo Renzi condusse due anni fa nello studio di Maria De Filippi. I consueti toni grotteschi suscitano ilarità fin dai primi minuti del film, ma presto prevale una profonda amarezza, reazione inevitabile nel toccare con mano i meandri profondi e inossidabili del nostro paese.
Un gradino (forse di più) sotto gli altri, ecco in concorso ufficiale "Il giovane favoloso", di Mario Martone, sulla vita di Giacomo Leopardi. Operazione fotocopia del torrenziale "Noi credevamo", presentato tre anni fa nell'ambito del 150enario della nostra repubblica, poi divenuto sceneggiato televisivo. Stavolta la durata è inferiore, due ore e venti, in un percorso che parte dall'adolescenza del poeta marchigiano per giungere ai suoi ultimi anni vissuti a Napoli. Ampi scenari paesaggistici, sfarzosi interni, lunghi primi piani sul volto sofferente del giovane conte Giacomo (Elio Germano), per cercare di raccontare la genesi del maggior esponente della letteratura ottocentesca del nostro paese. Un racconto aneddotico che presta grande attenzione ai problemi di salute che condizionarono la vita del poeta, morto a 38 anni, e la sua produzione. Ma tentare di raccontare la genesi di un'esperienza artistica dall'esterno è banalizzante per lo stesso oggetto della ricerca. Come la fotografia a toni fissi, definiti, senza sbavature e con poca anima, perfetti per la prima serata domenicale. Paiono distanti anni luce, i fasti di "Morte di un matematico napoletano" e "L'amore molesto". Menzione necessaria per Elio Germano, ormai nella sua piena maturità artistica, a cui il film resta aggrappato per tutta la sua durata.

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