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La tragedia dell'Everest apre la 72ª Mostra del Cinema di Venezia

  • Scritto da Leonardo Pasquinelli
Jake Gyllenhaall in 'Everest'Un tempo li chiamavano kolossal. Oggi servono per lo più ai "multisala" per differenziare le tariffe delle visioni in 3D. La formula comunque è prassi, e non può discostarsi più di tanto dal mix brivido (o divertimento) - grandi scenari - cast di stelle.
Ma per avere appeal, oggi, si deve aggiungere l’ingrediente segreto. Il Nuovo. Quello che negli ultimi due anni da Venezia ha portato i film di apertura della "Mostra del Cinema" diretti a Los Angeles, per ritirare il "Premio Oscar".
Forse è proprio la memoria viva di "Gravity" e "Birdman" che appesantisce il giudizio su "Everest", dell’islandese Baltasar Kormákur, visione passata quasi inosservata nella prima proiezione stampa della 72ª Biennale veneziana. Fatto sta che oggi nessuno scommette sulla sua presenza a Los Angeles il prossimo febbraio. Ispirato alla reale storia di una spedizione alpinistica finita in tragedia nel maggio 1996, divide la narrazione fra la genesi e gli eventi, fino al loro precipitare. Tutt’altro che imprevedibile, dato il clima approssimativo in cui una comitiva di venti persone viene preparato a scalare la montagna più alta della terra. Risate, bevute e grandi iniezioni di fiducia, a parole, che il caposquadra Rob (Jason Clarke), tutt’altro che carismatico, tenta di infondere agli sventurati. E se al suo fianco l’altra guida, Scott (un Jake Gyllenhaall in versione oversize, dopo aver ripreso i chili persi per interpretare "Lo sciacallo"), passa le sere prima dell’impresa immerso nel whisky, già da metà racconto si capisce il destino che attende la variegata comitiva.
Lo scrittore a caccia di "Pulitzer", il timido postino, l’impavida giapponese, il muscoloso e barbuto american man: ci sono tutti e anche altri. Unico tratto comune, la totale incoscienza dei propri limiti, che costerà la vita ad otto di loro. Gonfiano il cast Robin Wright e Michael Kelly, reduci dalla terza trionfale stagione di "House of Cards", Josh Brolin, Emily Watson ed una sempre angosciata Keira Knightley (Jan), che figlia in grembo attenderà invano il ritorno del suo Rob. Ma la vera star del film si evince dal titolo.
L’ultima parola è sempre sua, della montagna. Davanti a cui crolla perfino il sogno americano del "chiunque può farcela", portato ad alta quota dal postino Doug (John Hawkes), non a caso il primo a precipitare (letteralmente). Dopo le feste e risate nelle tende della prima ora, nella seconda dovrebbero prendere campo le immagini in 3D catturate fra Nepal e la Val Senales, che vengono tuttavia sovrastate da un incessante alternanza di urla e fragori di tempesta. Si tenta comunque di virare a tutti i costi verso lo spettacolo, a discapito di una sceneggiatura che alla fine non regge assolutamente le immagini, specie nei continui contatti fra gli spedizionisti e le famiglie piangenti. Tutti pezzi di un mosaico che scompare al cospetto della Montagna.
Troppo piccolo, per fare un kolossal.

Il trailer di "Everest":

@il_trillo

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