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Venezia 72: la saga criminale de El Clan e gli amori VM18 in stop motion di Anomalisa

  • Scritto da Leonardo Pasquinelli
Peter Lanzani e Guillermo Francella in 'El clan'Il tema di "Venezia 72", l’aveva annunciato il direttore della Mostra del Cinema Alberto Barbera, è lo sguardo sulle nuove cinematografie. Molta America Latina: sei i titoli nelle due sezioni ufficiali, più uno fuori concorso.
Pablo Trapero, già apprezzato a Cannes e Roma, corre per il "Leone d’oro" con "El Clan". Oscura saga di una famiglia criminale argentina realmente esistita e dedita ai rapimenti seriali, ambientata nel periodo immediatamente successivo alla dittatura militare.
Archimede Puccio (Guillermo Francella) è un ex militare golpista, che nella caotica fase iniziale del nuovo corso targato Alfonsin, approfitta delle maglie larghe lasciate dal complicato processo di transizione che ha garantito impunità a molti responsabili della dittatura più cruenta, in termini di vittime, fra quelle latinoamericane, come ricorda Trapero ad inizio film. Le "competenze" che può far fruttare vanno oltre l’umana morale, e così nasce la banda Puccio, dedita a rapimenti selezionati nell’alta borghesia di San Isidro, sobborgo residenziale di Buenos Aires. Da buon capofamiglia, fa sì che nessuno dei suoi resti con le mani in mano: dal poco più che ventenne figlio Alejandro (Peter Lanzani), giovane e acclamata promessa del rugby locale, fino alla moglie Epifania (Lili Popovich). Tutti hanno un ruolo nell’ascesa dei Puccio, fino ai due figli piccoli che trascorrono le giornate al suono delle urla che provegono dalla cantina in cui sono rinchiuse le vittime. Solo dentro al figlio maggiore, rampollo designato di Archimede, emerge qualche tormento interiore, che si tramuta in aperta ribellione verso il padre quando nella vita di Alejandro arriva la candida Monica (Stefania Koessl). "El Clan" farà a meno di lui, che si prende la rivincita nel concitato finale, quando tutto sfugge di mano alla mente oscura dei Puccio.
Suoni disturbanti, atmosfere da noir per un film che non lascia niente in sospeso: i geni criminali del capofamiglia emergono dalla prima sequenza. Una linearità narrativa che è elemento necessario per non caricare la trama e compiere una riuscita indagine antropologica su una famiglia che ha fondato sul criminale la propria ascesa. Ma anche sociale, sul passaggio di un’intera nazione incapace di chiudere i conti con il persiodo più cupo della propria storia. 

Dopo un’altra storia ispirata ad eventi reali, assistiamo all’opera seconda di Charlie Kaufman ("Synedoche of New York"), "Anomalisa", improntata all’immaginazione. A partire dagli interpreti: pupazzi animati in stop motion 3D, che rievocano i cartoons anni ’80. Solo, stavolta vietati ai minori. Con l’aggiunta della grafica computerizzata del ventunesimo secolo, Kaufman a quattro mani con Duke Johnson realizza una storia minimalista, fatta di amore e tanto sesso, che oltreoceano varrà il probabile, voluto, bollino "VM18".
Michael Stone, egocentrico inglese di mezza età e scrittore di saggi sull’aiuto reciproco e la fiducia in sé stessi, atterra a Cincinnati per tenere una conferenza a beneficio di un gruppo di dipendenti di un customer service. Deve trascorrere la notte precedente all’hotel "Fregoli", dove fa incontro con Lisa Hesselman, donna anonima e socialmente imbarazzante che potrebbe rappresentare l’amore della sua vita. O forse no. 
Nonostante il dichiarato intento autoriale di non celare la parte costruttiva dei pupazzi esibendone la componente artificiale, (le cuciture sui volti restano visibili, e si dilatano fino a strapparsi quando la tensione affiora), ben presto ci si dimentica di assistere a un film di animazione e ci immergiamo dentro a una commedia in tempo reale, tratta da un’opera teatrale e impreziosita dalle musiche di Carter Burwell. Un viaggio onirico, kafkiano, negli angoli oscuri dell’anima. Dove le contorsioni dell’amore vengono vissute da creature esteticamente uguali e la diversità attrae pochi istanti per poi diventare subito noia. Gustosa in tal senso la citazione di Leopoldo Fregoli (trasformista di fine ‘800 che dà il nome alla sindrome secondo cui un soggetto è convinto che gli altri siano tutti la stessa persona), e la conseguente scelta di far parlare ogni personaggio con la voce di Michael (Tom Noonan). L’unica fuori dal coro, quella di Lisa, è di Jennifer Jason Leigh (Il presidente di giuria Alfonso Cùaron, poco avvezzo ai convenzionalismi, potrebbe stupire il Lido dandogli la "Coppa Volpi").
Nota curiosa: l’opera di Kaufman e Johnson ha visto la luce grazie all’idea di lanciare una sottoscrizione sulla piattaforma di crowfunding "Kickstarter", che ha fruttato agli autori oltre 400mila dollari e una libertà da ogni vincolo dettato dalle tradizionali case di produzione. 
Se riuscirà a trovare un distributore per l’Italia, da non perdere.
 

@il_trillo

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