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Venezia 73: Loznitsa affronta la crisi della nostra memoria storica in 'Austerlitz'

Un 'frame' di 'Austerlitz'Opinione diffusa fra pubblico e operatori: le cose migliori viste al Lido, quest’anno, sono quelle passate fuori concorso. Con ancora negli occhi l’intenso “Hacksaw Ridge” di Mel Gibson, si assiste a “Austerlitz”, documentario di Sergei Loznitsa, applaudito negli ultimi due anni a Cannes e Venezia per i suoi progetti sulla rivoluzione Ucraina (“Maidan”) e sul mancato colpo di stato in URSS (“The Event”).
Oggi, il documentarista polacco torna su un tema fra i più abusati, l’Olocausto. Ventotto inquadrature fisse. Tante gli bastano, dislocando la camera nei campi di concentramento di Dachau (Monaco) e Sachsenhausen (ad oggi la meta turistica più visitata nell’area di Berlino) e lasciando che le immagini parlino da sole. Si parte dall’ingresso di Dachau. Nei tre quattro minuti della scena, la cancellata sormontata dal tristemente famoso arbeit macht frei diventa il ghiotto sfondo per selfies, foto di gruppo e di posa, centinaia di clic ad opera di turisti con indosso le magliette di gruppi musicali piuttosto che di qualche squadra calcistica. Scena che si ripete nelle aree più dure della visita, crematori, pali dove si eseguivano impiccagioni o torture. Lì, piuttosto che nelle baracche o vie di passaggio, grumi di corpi vengono proposti da un’unica angolazione, schiacciata fino ad annullare la distanza, per formare un melting da migliaia di esemplari di una ben triste umanità che mastica noncurante il pranzo, seduta sui gradini del percorso che conduceva alle “docce”. Inevitabile interrogarsi sul perché le persone decidano di trascorrere una domenica o le ferie in luoghi dove loro simili venivano trasformati in cenere, data l’evidente difficoltà che hanno nel compiere una riflessione sul passato, cosa assai difficile soprattutto quando è così carico di dolore. Stretti al loro ruolo di turisti, stridono con il contesto che li circonda a partire dall’abbigliamento, camminano in superficie incapaci di uno sguardo profondo, indipendentemente dal luogo in cui si trovano. Non a caso la scelta del titolo viene dall’omonimo romanzo del 2001 di W.G. Sebald, il cui tema sono quei luoghi che tendono ad assumere per l’occhio umano forme diverse, per l’eccessivo carico di significati simbolici
Nella sobrietà del bianco e nero, Loznitsa cattura immagini cariche di silenziosa violenza, al pari di quelle gibsoniane, realizzando un film dal cast sterminato, un agghiacciante affresco del declino della società occidentale. Ponendo la domanda, centrale: come possiamo rapportarci ai vari momenti storici, in che modo possiamo penetrarli appieno e captarne i messaggi?
Ce lo ricordava l’anno scorso, qui al Lido, Aleksandr Sokurov in “Francofonia”: chi perde la memoria, intesa come il rispetto della stessa, perde automaticamente l’identità. Ed è destinato a soccombere.
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