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Arte torna Arte: presente e passato dialogano all'ombra del David di Michelangelo

  • Scritto da Enrico Zoi

Arte torna arte: oltre quaranta opere di trentadue artisti contemporanei all'ombra del David di Michelangelo e degli altri capolavori della Galleria dell'Accademia di Firenze. L’allestimento non si limita ad occupare gli ambienti del museo solitamente dedicati alle esposizioni temporanee, ma invade e contanima (neologismo, non errore di battitura) anche le sale della collezione permanente, la Tribuna del David, la Galleria dei Prigioni, la Gipsoteca, la Sala del Colosso. C'è in gioco, in uno dei massimi luoghi deputati dell'arte mondiale, il tema, per la verità non originalissimo, del rapporto tra presente e passato. Prima i dati tecnici. La mostra è a cura di Bruno Corà, Franca Falletti e Daria Filardo. Gli artisti sono: Francis Bacon, Louise Bourgeois, Alberto Burri, Antonio Catelani, Martin Creed, Gino de Dominicis, Rineke Dijkstra, Marcel Duchamp, Luciano Fabro, Hans Peter Feldmann, Luigi Ghirri, Antony Gormley, Yves Klein, Jannis Kounellis, Ketty La Rocca, Leoncillo, Sol LeWitt, Eliseo Mattiacci, Olaf Nicolai, Luigi Ontani, Giulio Paolini, Claudio Parmiggiani, Giuseppe Penone, Pablo Picasso, Alfredo Pirri, Michelangelo Pistoletto, Renato Ranaldi, Alberto Savinio, Thomas Struth, Fiona Tan, Bill Viola e Andy Warhol. Chapeau!
Il titolo Arte torna arte è quello scelto da Luciano Fabro per una raccolta di suoi testi, lezioni e conferenze tra 1981 e 1997, e nelle intenzioni dei curatori sottintende “un pensiero rivolto all’arte come un continuum che si rinnova e si rigenera, traendo forza proprio da se stesso e dalla propria storia. Arte torna arte propone artisti che con le loro opere guardano alla storia, ai capolavori del passato, utilizzandone l’iconografia, rielaborandone il pensiero, facendosi carico di una responsabilità non esaurita e di un’appartenenza che non ha confini, ma che si articola secondo linguaggi ricchi di possibilità interpretative”.
Per far questo si è scelto uno dei cuori del sistema artistico mondiale, la Galleria dell'Accademia di Belle Arti di Firenze, prima istituzione nata in Italia per segnare proprio una continuità tra passato e presente. L'esito è però a macchia di leopardo. Qualcosa convince, qualcosa no. L'attrito tra un fondamento museale di pittura e scultura e una contemporaneità fatta, sì, di pittura, scultura e disegno, ma anche di fotografia, video, performance e installazioni ambientali, è inevitabile. Meno automatico è che diventi produttivo, finalizzabile al nuovo o almeno all'annuncio di esso.
E la discontinuità inizia già dal percorso all'interno dello spazio-mostra, laddove l'arte odierna dialoga praticamente solo con se stessa. Indelebili le emozioni oggettive e sacre dell'Ultima Cena di Andy Warhol o le sensazioni di essere immerso nell'arte che, da tre lati, giungono al visitatore quando guarda all'Arlecchino con specchio (1923) di Pablo Picasso, direttamente da Madrid, sapendo di avere alla sua destra il Nettuno pescatore (1933) di Alberto Savinio e alla sinistra il Rosso (1953) di Alberto Burri. Meno coinvolgenti le litografie di deframmentazione, come il David (1973) di Ketty La Roccao le installazioni video che, non ce ne vogliano gli autori che sanno di avere un compito meno facile degli altri, sono spesso la parte meno avvincente delle mostre, quella dove servirebbe uno scatto o un fotogramma in più, che non sempre arriva.
Stessa sorte per le opere collocate nel percorso museale. L'onore e l'onere di conversare con il David, colui per il quale in fondo tutti sono lì, spetta a due sculture. La prima è il bronzo sospeso di Louise Bourgeois  Arch of Hysteria (1993), che pone l'area pelvica di un corpo in acrobazia a quasi speculare confronto a distanza decentrata con la stessa zona fisica del capolavoro michelangiolesco. La seconda è il Klettersteig (2012) di Antonio Catelani. Con essa l'artista fiorentino è stato chiamato a relazionarsi direttamente con l'architettura della Galleria: cerchi di alluminio stretti intorno a una delle colonne della Tribuna del David, successivamente rilasciati in libertà prima dinamica, poi ovviamente statica. Due attimi creativi da sospensione del giudizio, ma da riesaminare dopo qualche ora o giorno. Aggiunge invece poco all'insieme la scultura in gesso posta al centro dell'ampio ambiente che conduce alla gipsoteca, cuore della scuola ottocentesca di scultura: L’altra figura (1980) di Giulio Paolini, trasmette infatti un senso più di replica che di reinterpretazione.
C'è però un composito gran finale. Il pavimento della Sala di Giotto e della sua scuola non c'è più. Sopra di esso l'installazione ambientale Passi (2012) di Alfredo Pirri, che, se è vero che con i suoi specchi infranti su cui camminare ripete quanto già fatto altrove, riesce comunque a dare nuova profondità e rispetto al nostro modo di fruire la grande arte del passato e a farci diventare parte non anonima della sua aura. Stessa essenziale creatività per la Sala dedicata a Giovanni da Milano e agli Orcagna, dove, introdotti dal singolare Crocifisso orizzontale, il Triumphans (1989) di Renato Ranaldi, troviamo il Monogold sans titre (1961) e il Monochrome bleu sans titre (1958), di Yves Klein, due quadri di puro colore, a rappresentare l'essenza del cromatismo dominante in un ambiente che l'artista intende e propone a noi di vivere con partecipata devozione. La mostra prosegue nel recente allestimento del primo piano della Galleria, che da solo merita la visita.

dall'8 maggio al 4 novembre 2012
Galleria dell'Accademia
FIRENZE

Arte torna Arte

Informazioni: tel. 055.294883

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