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[i] Festival di Locarno: due chiacchiere con Claudia Cardinale che racconta come è entrata nel cinema

  • Scritto da Leonardo Pasquinelli

Claudia Cardinale a Locarno Fra le trovate più apprezzate del "Festival di Locarno" ci sono le conversazioni con gli attori. Perché riservarle alla consueta (ripetitiva) passerella per la stampa, quando si può far trascorrere a tutti un'ora insieme a Isabelle Huppert, Gerard Depardieu e Claudia Cardinale senza nessuno schermo che si frappone?
Così i tre sono stati protagonisti di altrettanti incontri, gremiti, caratterizzati prima di tutto da una grande convivialità.
Quello con Claudia Cardinale, seguito alla consegna del Pardo d'Oro alla carriera avvenuta nella consueta cornice di Piazza Grande, è stato uno dei pochi eventi in lingua italiana. Ed assolutamente attuale. In perfetta sintonia con il tema cardine di Locarno 2011, l'immigrazione. Chi meglio di lei, nata a dieci chilometri da Tunisi, poi divenuta musa di Fellini, Bolognini, Visconti, Monicelli, per poi affermarsi come stella internazionale, può incarnare il popolo oceanico costituito dai migranti di tutto il mondo?

Per lei, appena trasferitasi neppure ventenne a Roma da una zia, senza quasi saper parlare italiano, l'ingresso nel mondo del cinema fu una felice coincidenza. «Mi trovavo su un autobus - racconta l'attrice - e una volta scesa alla fermata vicina a casa di mia zia fui avvicinata da un uomo, che mi disse che dovevo assolutamente provare a fare cinema». Quell'uomo era Pietro Notarianni, collaboratore di Cristaldi e di altri fra i più importanti registi del cinema italiano, a cui bastò uno sguardo gettato dalla sua auto a bordo dell'autobus, per capire che quella ragazza poteva essere il nuovo volto del cinema italiano.
Pochi mesi dopo, giunse il suo primo ruolo ne "I soliti Ignoti". Da lì inizia un'ascesa che non si arresterà più, portandola ad essere l'antagonista nostrana di Brigitte Bardot, esplosa Francia in quel periodo: "CC" contro "BB". Passaggio cruciale è stato La ragazza con la valigia, di Valerio Zurlini, «il film che mi ha reso la fidanzata ufficiale di tutti gli italiani. Lo amo moltissimo e mi ha commosso vederlo riproposto proprio quest'anno in alcuni festival nel Colorado e nel sud della Francia».
Poi ancora Maselli, Visconti, Bolognini, fino alla consacrazione con Fellini. Al ritmo di due-tre film all'anno. «Mi ritrovai nello stesso periodo a girare "Il Gattopardo" e "Otto e mezzo". Fellini e Visconti  erano gli antipodi per il loro modo di lavorare. Il primo era pura improvvisazione: io e Mastroianni dicevamo qualche battuta, rigorosamente senza copione, gli altri solo numeri. E sul set, chi andava, chi veniva, chi telefonava. Un caos creativo. Lavorare con Visconti invece era come fare teatro. Pose ripetute, riunioni intorno ad un tavolo. Nessun dettaglio lasciato al caso. Un'esperienza irripetibile e che ha segnato la mia carriera: da quei due film ho iniziato a girare in tutto il mondo».
Iniziando anche a fare teatro, che «mi da sempre la stessa emozione provata al mio primo film. Quella paura del palco che mi prende prima di ogni replica, ci sono quasi affezionata. Nel cinema, se sbagli una scena la puoi rifare, il teatro non perdona».
Fino ai giorni nostri, che la vedono fortemente impegnata nel sostenere il cinema giovanile («negli ultimi quattro anni ho girato tre film con registi esordienti, fra Istanbul e New York») e ancor più in ambito sociale. Ambasciatrice dell'Unesco da quindici anni, è promotrice anche in progetti di sostegno ai bambini cambogiani e nella lotta all'Aids nel sud della Francia.

@il_trillo

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