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[i] Valentina Chico: ora a Roma e Rimini con Mia Dea e la stagione prossima fra le Beatrici di Benni

  • Scritto da Enrico Zoi

Valentina ChicoValentina Chico, ovvero la presenza scenica di un'attrice eclettica e affascinante. Non si sono ancora spenti i riflettori dell'ottavo anno di repliche dell'Ultimo Harem al Teatro di Rifredi di Firenze, che la troviamo già pronta a ripartire il 7 febbraio nella sua Roma con la ripresa di quello spettacolo che lei stessa considera un po' il suo biglietto da visita, Mia Dea, di Dario D'Amato.

Qual è il motore di questo spettacolo?
Mia Dea nasce dall'incrocio di due interessi: uno mio, sulle madri figlicide, un altro sul tema del carcere, di cui si stava occupando l'autore Dario D'Amato. Vi ritroviamo, da una parte, l'atmosfera della costrizione e del potere istituzionale e, dall'altra, la condizione femminile a cavallo tra natura e cultura. Avevo già lavorato con D'Amato in due monologhi suoi, così abbiamo pensato a questo testo sulla condizione delle madri che vivono in prigione con i loro figli, cosa consentita fino al compimento del terzo anno di età. Adesso è in corso di approvazione una legge per portare l'età a sei anni e trasferire madri e figli dalle carceri a case d'accoglienza. Questo soprattutto per i bambini, che soffrono di fotofobia per la lunga permanenza in posti chiusi e di problemi relazionali, in quanto, pur uscendo un po' con le assistenti sociali, sono abituati a stare quasi sempre soli con la mamma. Una situazione che ho visto direttamente passando del tempo con le detenute del carcere femminile della Giudecca, a Venezia.

Come viene affrontata la materia?
La situazione è uno spunto. Mia Dea non è un vero e proprio teatro civile o di denuncia, ma l'occasione per un lavoro drammaturgico del regista su uno Stato 'padre', plasmato su una morale tipicamente maschile, che porta a giudicare una donna figlicida tendenzialmente incapace di intendere e volere, poiché non si accetta che la madre possa uccidere un figlio con lucidità; ma anche sul profondo legame naturale tra la madre e un figlio che è un prolungamento di se stessa, ma pure un'esperienza naturale in cui si ritrova spesso da sola. Naturale ma non necessariamente scontata: si può anche imparare a essere madri, non è sempre istintivo, soprattutto, come per la protagonista di Mia Dea, quando la gravidanza 'succede' e la madre non sa cosa fare. L'azione della performance si svolge la sera prima del terzo compleanno della figlia della detenuta, quindi alla vigilia del giorno in cui le sarà portata via: la donna prepara una torta, un tentativo di fare una cosa buona, un dono d'amore, che diventa il simbolo della vita che gli sta sfuggendo di mano, un blob che non controlla e che al termine rivela l'enorme senso di colpa derivante dal fatto che lei la bambina l'ha soppressa.

Tragedia greca?
Sì, Mia Dea ricorda anche nella sintassi una tragedia greca. C'è un coro in audio, le voci che emergono dalla testa della donna, quelle della morale comune che la giudica. Questa madre è un'eroina che si muove tra il piano reale e quello simbolico, anche il fare la torta ricorda i poteri mantici di creare qualcosa dal nulla, poi c'è il suo potere distruttivo. In qualche modo, dal suo racconto comprendiamo la difficoltà di essere madre e insieme donna a tutti gli effetti. Si capisce cosa le sia stato sfrattato via: la giovinezza e l'essere donna al di fuori del modello maschile che desiderava suo padre. Mia Dea compie un'indagine moderna sul mito: la Medea di Euripide, dopo quello che ha fatto, se ne vola via sul carro alato benedetta dagli dei e vincente, mentre nella mia Medea riconosciamo una sconfitta e un anonimato totali. Infatti, è destinata a rimanere in prigione e a girare intorno a un loop fra passato, presente e futuro morti da cui non uscirà mai.

È di pochi giorni fa la notizia della scomparsa di Wislawa Szymborska, una poetessa che tu ami in modo particolare: quanto c'entra con Mia Dea?
C'è un pezzo dello spettacolo in cui la protagonista racconta di quando i poliziotti l'hanno arrestata: dieci righe con le quali l'autore ha voluto rendere omaggio alla Szymborska con parti di sue poesie sue che diventano un interrogatorio. A tutte le domande che le vengono poste risponde 'non lo so', tranne a quella sulla figlia, l'unica sua certezza, il suo centro.

Cinema (Brandauer, Comencini) e televisione (Don Matteo, Incantesimo) oltre che teatro nella tua carriera: cosa ti è più congeniale?
Vorrei sfatare il mito per cui il teatro è per forza migliore qualitativamente di cinema e tv. Non è necessariamente così: a volte c'è teatro scadente e ottimi tv e cinema. Non c'è una classifica della nobiltà di queste arti, soprattutto oggi: pensa ai molti divi di Hollywood che fanno teatro e lavorano per il piccolo schermo, come Al Pacino. Ci sono però delle certezze: quando fai tv, soprattutto quella seriale, hai tempistiche che a volte infieriscono sulla qualità, a causa dei ritmi di lavoro. Nel mio specifico, il teatro mi ha fatto sentire protetta: cinema e televisione ti portano in alto per un attimo per la fama, ma poi puoi andare giù, come un'onda, invece un'attività teatrale continua ti rimanda indietro un'identità quotidiana del tuo mestiere e ti irrobustisce molto come attrice. Inoltre, nel teatro puoi esplorare personaggi non legati alla tua presenza scenica e fisica, ma più sfaccettati rispetto all'immagine televisiva o cinematografica. E poi ogni sera lo spettacolo puoi rinfrescarlo, hai la reazione immediata del pubblico: il teatro ricarica energeticamente, la camera scarica. Per me il teatro è passione, amore, certezza. Cinema e tv quando arrivano sono contenta di farli ma entrano in modo meno continuativo nella mia carriera. Anche se in realtà il mio imprinting è nel cinema di Klaus Maria Brandauer (Mario e il mago, 1994) e di Cristina Comencini (Va' dove ti porta il cuore, 1996): prima dunque è venuto il set, ma poi mi sono formata con il teatro, che mi ha dato più sicurezza.

Altri progetti per il 2012?
Quasi sicuramente riprenderemo in versione nuova lo spettacolo Le Beatrici di Stefano Benni. Io partecipai con altre attrici di monologhi femminili all'esperienza da cui poi nacque il libro Le Beatrici, che uscirà come audiolibro per Feltrinelli. Abbiamo intenzione di riportare in scena nella prossima stagione questo spettacolo tra il divertente e il malinconico, probabilmente per la regia di Lucia Poli, una delle nostra madrine a Genova al debutto dell'anno scorso.

dal 7 al 19 febbraio 2012
Teatro dell'Orologio, Via dei Filippini 17/a
ROMA

25 febbraio 2012
Teatro Masseri
RIMINI

Mia Dea
di Dario D'Amato
Regia di Francesco Spaziani
con Valentina Chico 

Preview.

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