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[i] Gianna Giachetti: “I grandi del teatro sono morti da trent'anni, ma ho fiducia nelle leve più nuove”

  • Scritto da Enrico Zoi

Gianna GiachettiGianna Giachetti, attrice di teatro, cinema e televisione, è una grande signora dello spettacolo italiano. Della sua arte interpretativa hanno beneficiato dal 1957 tutti i maggiori registi: da Orazio Costa a Luchino Visconti, da Luigi Squarzina a Gianfranco De Bosio, da Eduardo De Filippo a Franco Parenti, da Tino Buazzelli a Giorgio De Lullo, da Mario Scaccia a Glauco Mauri o Giorgio Strehler. Quanto agli autori, basta prendere l'enciclopedia.

Tu ami definirti un'artigiana del teatro. Cosa significa?
Significa avere l'esperienza di un qualsiasi artigiano, per esempio il liutaio. È una questione di competenze: conoscere la materia che usi e perché la usi. Il teatro vero è artigiano: lo strumento principale di un attore è lo quello vocale, perché le corde vocali sono uno strumento che l'attore deve conoscere, come l'oboista conosce l'oboe e sa cosa può tirarne fuori. A queste cose non pensa quasi più nessuno, mentre un tempo erano informazioni fondamentali. Come lo era una cultura a vasto raggio: saper impiegare il corpo, essere pronti alla danza, alla scherma, al canto. Anche quando indossi un costume non puoi mica camminare come se tu andassi in lambretta! Oggi le giovani generazioni – ma non è colpa loro! - dicono 'Io sono vero'. Ma vero in cosa? Un attore è vero nel suo personaggio, se no porta la sua piccola miseria: qualunque sia l'epoca del costume che mette sembra sempre in blue jeans! Ci vuole la conoscenza di un artigiano, che, al momento opportuno, apre gli sportelli giusti e ne estrae ciò che gli serve. È un lavoro che non finisce mai: nella vita di ogni giorno accumuli un'esperienza che aggiunge qualcosa.


Il tuo repertorio comprende i classici del teatro di tutti i tempi. Con chi ti sei trovata più in sintonia?
Sono io che mi sono incamminata verso un autore e un'epoca: l'interessante è proprio scoprire che, come attore, stai arrivando altrove. Se porti un autore a te invece finisce che fai sempre la stessa cosa! Il mio merito viene dalla fortuna: innanzi tutto, sono capitata in un'epoca storica nella quale il teatro aveva già una sua dignità quasi aristocratica, sancita da personalità che ci hanno dato piacevolezza e consistenza. Io mi sono felicemente abbandonata ai grandi registi, grata che mi abbiano apprezzato, favorito e sostenuto. È stato un incontro. Del resto, nella bottega dell'artigiano, ci sono assistenti e collaboratori. Per la mia natura sono legata agli spettacoli che hanno avuto più successo, dal Malato immaginario alla Locandiera (e a tanti altri Goldoni) fino alle due edizioni delle Tre sorelle di Anton Cechov e alla Resistibile ascesa di Arturo Ui di Bertolt Brecht, e poi Ruzante. Tutto è lavoro, lavoro, lavoro e gioia del lavoro.

Tra i grandi con cui hai lavorato, chi ricordi con più piacere?
Nessuno è stato per me un semplice incontro di lavoro. Siamo sempre diventati amici. Quella era la mia famiglia. Abbiamo convissuto per anni insieme. Le tournées ti portano a essere come un convento in giro, quasi monacale! Siamo sempre fra di noi, ma così corrono le idee e si impara anche un certo gusto estetico. Romolo Valli, Giorgio De Lullo e Tino Buazzelli sono i miei cardini, poi mi sono trovata bene con Paolo Poli, Luchino Visconti, Mario Scaccia, Franco Parenti, Luigi Squarzina, Gianfranco De Bosio. Vengo dall'Accademia e faccio parte dell'ultima leva scelta da Silvio D'Amico: con me c'erano Gianmaria Volonté, Umberto Orsini, Mario Missiroli, Francesca Benedetti e Giuliana Lojodice. L'Accademia è stata molto, molto importante.

Voi siete stati aiutati anche da un bel periodo della televisione, che all'inizio trasmetteva tanto teatro e tanta letteratura.
Quella iniziale sì. Infatti, c'erano i teatri sempre pieni perché la tv faceva da cassa di risonanza. A me è capitato di fare televisione oggi ed è imbarazzante. Non si sa perché, ma la distribuzione televisiva è convinta, per esempio, che io o la simpatica fruttivendola del Mercato Trionfale di Roma siamo la stessa cosa! E lì torna il discorso del 'devo essere vero'. Tu pensa che io ho lavorato con una 'collega attrice' che non studiava mai il copione: altrimenti non era vera! Sul piccolo schermo le cose migliori le ho fatte con Andrea e Antonio Frazzi, come Don Milani - Il priore di Barbiana. Con loro ho girato pure il bellissimo Il cielo cade, film snobbato dalla Rai, ma gran successo nel mondo, da Miami al Giappone.

Altri cineasti con cui hai lavorato bene?
Giorgio Panariello, Alessandro Benvenuti (mi levo tanto di cappello!), anche Francesco Nuti, sebbene l'abbia incontrato da ultimo. Tutti ragazzi dotati con cui ho lavorato bene.

Oggi come vanno le cose?
Io ho un figlio che fa l'attore ed è bravissimo, Martino Duane. La sua disgrazia, essendo anglosassone, è che doveva nascere non qui ma a Londra! Lavora e fa cose belle, ma con una fatica inenarrabile. Ai nostri tempi il mestiere dell'attore veniva raffinato anche dalla continuità delle produzioni e dall'esecuzione di ogni sera, quindi dalla diversità del teatro (diverso di regione in regione, di pubblico in pubblico, dalla prima alle repliche). Le nostre tournées duravano un paio di anni, con un'interruzione nei mesi caldi, durante la quale o si faceva televisione o uno spettacolo estivo. Era un grande allenamento: i ballerini fanno otto ore di sbarra al giorno! Adesso tutti sono diventati produttori, ogni città ha il suo assessore alla cultura che deve fare figura e allora si spende inutilmente luogo per luogo: in questi anni è nato forse un Berliner Ensemble? Certo, poi, al pessimismo della ragione si affianca l'ottimismo della volontà e penso che, dopo terremoti e guerre, c'è sempre una ripresa. Purtroppo, l'impoverimento è generalizzato: teatro, cultura, scuola, università. Però, nelle nuove generazioni, ci sono delle idee e sperare si può. D'altronde è dai tempi di Sofocle che si parla della crisi del teatro! Il rapporto con l'uomo non morirà mai: se ce ne sono due, per lo meno converseranno! Teatro è comunicazione diretta. E poi, se io, in una serata di teatro esaurito, riesco a far vibrare, dentro un signore o una signora x, qualcosa che gli o le mette in moto una verifica interiore, ho fatto un capolavoro. Siamo qui per imparare ed evolversi, quindi il bisogno di sapere ci sarà sempre. Ora mi pare che ce ne sia anche tanto, per cui un colpo d'ala andrà dato.

Un consiglio ai giovani?
Intanto, non tutti possono fare teatro. Bisogna essere molto colti, preparati e di talento. A Roma c'è Riccardo Cavallo, che fa tanta fatica, ma non ne ha sbagliata una. Ogni anno, in un curioso teatrino che si chiama Le Stanze segrete, allestisce qualcosa da testi letterari, da James Joyce a Virginia Woolf, ma al Globe, sempre a Roma, ha fatto anche Le allegre comari di Windsor, di William Shakespeare, con una regia molto divertente e colta. Purtroppo, quelli bravi sono tutti morti nel 1980. L'ultimo è stato Giorgio Strehler. Gli altri hanno lavorato solo per affermare se stessi e disintegrare o rimontare gli autori: ma allora scrivitelo il testo! Perché massacrare Shakespeare o Cechov? Io conto nelle linfe nuove, che hanno più sofferto, non avendo avuto facilitazioni: l'uomo sopravvive a qualunque intemperie e io sono prontissima! Infatti sposerò delle cause giovanili, che non dico se no porta male, però è molto probabile che faccia la valigia e parta in tournée.

Hai un sogno nel cassetto?
Sogno di tornare in un momento in cui i valori siano valori, l'educazione sia educazione e il rispetto una cosa bella. E poi sogno di non sentire più tutti gli accenti sbagliati!

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