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[i] Lorenzo Monguzzi: Portaverta, primo disco da solista, e poi Song n.14, con Marco Paolini

  • Scritto da Enrico Zoi

Lorenzo MonguzziEstate 2013: Marco Paolini e Lorenzo Monguzzi porteranno sulle scene italiane Song n. 14, un nuovo spettacolo che unisce i testi del regista e attore bellunese con le canzoni del chitarrista e cantautore originario della Brianza e già membro della band Mercanti di Liquore, in particolare del suo recentissimo album, Portaverta, il primo da solista per lui.

Lorenzo, domanda a 360°: tutto quello che ci puoi dire sul tuo primo disco.
Come spesso capitava anche con i dischi dei Mercanti, Portaverta racchiude parecchi anni di canzoni, idee, vita. Ci sono infatti pure un paio di pezzi che già suonavamo con il gruppo: quando li scrissi ero convinto che avrebbero fatto parte del fatidico disco dei Mercanti, poi non inciso. Personalmente sono abbastanza scettico sulla qualità dei risultati di chi sforna un album all'anno o addirittura a semestre, così le altre canzoni sono disseminate negli anni, materiale composto più o meno nel giro di un quadriennio. Portaverta è una sorta di rinascita, una ripartenza e, come tale, un po' più difficile. La prima difficoltà è stata abbandonare i Mercanti di Liquore. In realtà ufficialmente non ci siamo sciolti, non abbiamo avuto questo coraggio, e forse ci piace lasciare aperto uno spiraglio futuro, ma è una cortesia verso una creatura a cui tutti siamo molto legati più che una possibilità vera, poiché dubito che ci sarà a breve la voglia di rimettersi a suonare insieme. Fermare tale progetto ha interrotto pure una serie di meccanismi (concerti live, scrittura e registrazione dei brani), così mi sono trovato in una sorta di isolamento artistico e professionale. L'idea di far uscire il mio primo lavoro con il mio nome era un modo per ripartire e riproporsi sulla scena, dichiarando a chi mi ha seguito e vuole continuare a farlo dove voglio andare.


Uno stacco netto con il passato dunque?
In Portaverta c'è un collegamento abbastanza evidente con quanto c'è stato prima: mi appartiene e mi guardo bene dal rinnegarlo o dal distaccarmi, ma contemporaneamente c'è pure il tentativo di esplorare strade e possibilità nuove e vedere dove mi conduce questa specie di maturità artistica e anagrafica. Sono stato io l'artefice della sospensione dai Mercanti di Liquore. Eravamo arrivati a un punto morto: o ci si accontentava di essere un po' le fotocopie di noi stessi, o, vivendo la musica come un rischio continuo, si attuava la necessitò di sperimentare ogni volta qualcosa di nuovo e di mettersi in discussione. In questo c'è sofferenza ed è inevitabile arrivare prima o poi a una crisi. Ed è quanto è successo.

Com'è strutturato il disco?
Portaverta comprende undici pezzi, che per me si equivalgono: non c'è un brano che preferisco, al limite uno che può essere venuto meglio, come Portaverta, la canzone che dà il titolo all'album: è una novità che mi collega con i Mercanti di Liquore, il solo brano in dialetto brianzolo, un'anomalia in un disco interamente italiano. Quando eravamo più giovani, tutti i gruppi, compreso il mio, si immaginavano a Los Angeles, poi, con il tempo e i buoni maestri, abbiamo imparato che si può fare qualsiasi viaggio poetico con le canzoni, ma, se vogliamo analizzare la realtà, dobbiamo partire da ciò che conosci, dalle origini, senza astrazioni.

Come nasce il sodalizio con Marco Paolini?
Ci conoscemmo in modo assolutamente casuale su un palco affollatissimo, il 25 aprile del 2000. Come Mercanti di Liquore aderimmo a un'iniziativa molto importante nel prato dell'ex Ospedale psichiatrico milanese 'Paolo Pini', una sorta di adunata degli artisti libertari e progressisti, per fare barriera contro l'avanzata della cultura di destra. Dal punto di vista artistico e come esperienza personale, furono giornate memorabili, al fianco di personaggi come Marco Paolini, Paolo Rossi, Vinicio Capossela, Moni Ovadia e tanti altri. Fu proprio Marco a chiamarci. Facemmo un paio di canzoni e, alla fine della kermesse, lui venne da me e mi chiese se ci interessasse collaborare con lui, impegnato allora nella preparazione di uno spettacolo sull'acqua come bene comune, nel quale avrebbe voluto inserire della musica. Gli eravamo piaciuti: così nacque la sua proposta. Io avrei scommesso soldi che non sarebbe successo niente: di proposte e promesse allettanti ne avevo avute tantissime, poi rimaste sulla carta, comunque belle anche solo per la stima. Non avevo però fatto i conti con il fatto che lui è uno serio e concreto e la sua proposta l'aveva ponderata bene. Ci volle ancora un annetto e mezzo, ma poi si mise insieme il primo spettacolo, Song n. 32, cui partecipò tutto il gruppo e così fu per alcuni anni.

Oggi siamo a Song n. 14, lo spettacolo che unisce proprio le tue canzoni più recenti con la sua verve teatrale.
Infatti, è un ritorno alle origini per quanto riguarda la collaborazione con Marco: uno spettacolo dove la musica ha un importanza maggiore rispetto ad altre cose realizzate insieme. Sarà un viaggio composto di canzoni intervallate da suoi interventi di vario genere, senza un argomento deciso a priori. Non ci sarà una tematica da sviluppare: il pretesto che farà nascere tutto sarà la musica, in particolare le canzoni di Portaverta. Una bella proposta da parte di Marco, che mi ha anche aiutato a far uscire il disco, insieme alla sua casa di produzione, la Jolefilm. Lavorando insieme all'album, ho visto da parte sua un interesse a portarlo in giro almeno per l'estate: con il genere di teatro che fa, Marco deve adattare le sue cose agli spazi all'aperto e non sempre è facile, così, pensando a uno spettacolo per l'estate, abbiamo deciso di partire dalle mie canzoni. Sarà un concerto teatrale, molto moderno. A me piace il suo riconoscere alla musica pari dignità, mentre spesso in teatro sono convinti, pure inconsciamente, di avere qualcosa in più rispetto alle altre discipline. Per Marco non è così: è sempre stato affascinato dalla musica e volentieri mi concede questo spazio. Lavorare con lui per me è stato formativo: anche la musica a volte dovrebbe imparare dal teatro.

Quale musica ascolti e quale proprio no?
Seguo qualsiasi genere, tranne pochissime cose che non riesco più a sentire, quelle generazionali, tipo il metal: forse, per esempio, qualcosa degli Iron Maiden, ma si va nell'amarcord. Per il resto ascolto di tutto e in modo abbastanza disordinato. Vado a periodi anche emozionali: recentemente mi sono messo a sentire Enzo Jannacci. È inevitabile: quando perdi qualcosa te lo vai a ricercare. Ho amato i Radiohead, ma mi capita di sentire anche il reggae, la musica popolare e tradizionale. Pensa che mi ero allontanato dal mio territorio linguistico perché, con il dialetto, mi sembrava di avvicinarmi a un'area politica che non ho mai approvato, poi ho capito che era sciocco: la tua parlata ti fa capire che sei a casa e fa scattare emozioni positive che è stupido reprimere. Così oggi ascolto anche le canzoni della mala milanese, un mondo che non esiste più, diviso fra cabaret e musica d'autore: Milly, Jannacci, Walter Valdi. Ma spesso, nei lunghi viaggi, metto la funzione random e l'I-Pod seleziona a caso fra duemila canzoni. Magari, più conosco i brani e meno ho voglia di sentirli. Quando ero più giovane ascoltavo la canzone Purple Rain a pomeriggi interi. Con l'età diventi più saggio: hai bisogno di aria nuova!

Cosa non ascolti?
Non ti faccio nomi solo per non fare pubblicità, ma in generale non amo tutto ciò che nasce con intenzioni diverse dal fare bella musica: se mi accorgo che, dietro a un brano, c'è una logica commerciale, non mi piace. Quando la macchina dei soldi si impossessa della musica nascono i mostri, ma la gente brava continuerà a venire fuori dal ciarpame con cui certe radio ti tempestano le orecchie.

Un sogno nel cassetto?
È lo stesso da sempre e per metà si è già avverato. Ogni tanto mi sembra come di vivere in quei film da quattro soldi, in cui il bambino sogna di diventare musicista e la mamma lo porta a comprare la chitarra in un negozietto ammuffito: la mia storia è così e fa anche un po' strano raccontarlo. Il sogno è sempre quello: continuare a vivere facendo questo fantastico mestiere. Quando poi sento eseguire i miei pezzi da altri, sogno che sempre più persone prendano la chitarra e cantino le mie canzoni.

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