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[i] Gli affreschi dei Mesi di Palazzo Schifanoia a Ferrara: nuova interpretazione dal libro di Iannelli

  • Scritto da Enrico Zoi

Ferrara, Palazzo Schifanoia: gli storici dell'arte da sempre classificano la sua decorazione astrologica dei Mesi come il maggior monumento della pittura ferrarese. Di pari passo con tale importanza viaggia da un secolo una loro interpretazione consolidata e data per acquisita. Così non è, dice oggi Nicola Iannelli, autore del libro Simboli e Costellazioni. Il mistero di palazzo Schifanoia. Il codice astronomico degli Estensi (Pontecorboli Editore, 2013).


Qual è l'interpretazione classica e ufficiale degli affreschi di palazzo Schifanoia?
Gli affreschi del Salone di rappresentanza di Palazzo Schifanoia – risponde Iannelli - furono eseguiti per volontà di Borso d'Este tra 1469 e 1470, con una straordinaria rapidità esecutiva, ottenuta impiegando un nutrito gruppo di pittori della cosiddetta "officina ferrarese". L’interpretazione classica del ciclo di affreschi è del 1912, quando lo storico dell’arte Aby Warburg immaginò un grande calendario in cui ogni mese dell’anno presenta sulla fascia superiore il trionfo della divinità protettrice, nella fascia mediana il segno zodiacale con i rispettivi decani e in quella inferiore le scene della vita e del governo di Borso d'Este. Al di là degli indubbi meriti di alcune intuizioni di Warburg, nel corso degli ultimi anni l’impostazione calendariale è stata messa in discussione a causa di evidenti incongruenze, che possiamo sintetizzare nella struttura dell’impaginato pittorico, piuttosto anomala rispetto ai calendari classici, poiché presenta tre costellazioni alla parete Est (al centro il Toro, a sinistra i Gemelli e a destra l’Ariete), quattro costellazioni a Nord (da destra verso sinistra rispettivamente il Cancro, Leone, Vergine e Bilancia), tre a Ovest (Scorpione, Sagittario e Capricorno) e due sole a Sud (Acquario e Pesci di dimensioni maggiori rispetto agli altri riquadri). Inoltre la disposizione asimmetrica delle costellazioni nello spazio della sala non rispetta l’usuale opposizione astrologica tra coppie di segni (opposizione tra segni di fuoco e aria o di terra e acqua). Infine occorre tener presente che i calendari dell’antichità erano molto precisi dovendo rappresentare il tempo del contadino, diviso in azioni ciclicamente ripetute e uguali in ogni stagione, scandite dai ritmi biologici di animali e piante. Ma a Schifanoia nei vari riquadri le operazioni agricole non rispettano del tutto i normali cicli naturali o sono assenti in altri e ci offrono un paesaggio astratto dal tempo, nel quale in una stessa scena, ad esempio quella del supposto mese di agosto, si possono ammirare contemporaneamente aratura, semina, trebbiatura e trasporto del grano nei depositi, e addirittura un campo ancora dorato di spighe. In questo caso, più che una descrizione di agosto si tratta della rappresentazione simbolica dell’agricoltura, attraverso la costellazione della Vergine, “apportatrice di spighe”, e della sua divinità protettrice Cerere. Anche le antiche fonti non fanno mai riferimento ai mesi. Manilio nell’Astronomicon (uno dei testi di riferimento per il ciclo riscoperti da Warburg) non pronuncia mai tale parola e lo stesso autore delle fasce pittoriche della parete est, Francesco Del Cossa, in una lettera a Borso d’Este del 1470, afferma “…et ricordare suplicando a quella che io sonto francescho del cossa il quale a sollo fatto quili tri campi verso lanticamara…”, e non fa alcun riferimento a una partizione mensile dell’affresco.


Qual è la novità della teoria che esponi nel libro?
Io propongo una lettura degli affreschi vista nel solco della tradizione rinascimentale delle rappresentazioni celesti, per la quale date ed eventi particolarmente importanti per i signori dell’epoca venivano impressi a futura memoria. Secondo lo studio la sala si configura come un sistema simbolico che riproduce attraverso gli affreschi un preciso episodio storico: la data del 18 maggio 1452, quando il sole alle ore 9 si trovava nella costellazione del Toro e a Ferrara si teneva una cerimonia molto importante per Borso d’Este, il signore della città. In quel giorno, che coincideva con la festa dell’Ascensione, Borso veniva insignito dall'imperatore Federico III, in visita a Ferrara, del ducato di Modena e Reggio Emilia e della contea di Rovigo. Simbolicamente anche il nuovo duca quel giorno di maggio “ascende”, sale nella scala gerarchica delle personalità politiche dell’epoca e dunque il ciclo di palazzo Schifanoia tende a celebrare quell’evento. Nella fascia superiore, in una dimensione mitica, i grandi numi tutelari si muovono su carri trionfali, in una trasposizione simbolica del viaggio trionfale che il novello duca intraprenderà a breve per visitare le sue nuove terre. La fascia mediana, in una dimensione celeste, offre invece una fotografia di costellazioni e decani al momento stesso della nomina a duca di Borso d’Este. Nella fascia inferiore si scende alla dimensione terrestre; qui gli affreschi, collocati quasi all’altezza dello spettatore, illustrano episodi della corte e del “buon governo” del duca, ritratto in ogni scena con gli stessi abiti della cerimonia d’investitura. La configurazione astronomica è confermata anche dall’interpretazione astrologica, per cui nell’oroscopo di Ferrara del 18 maggio 1452 alle 9 il Sole è nella costellazione dei Gemelli (nell’affresco infatti Apollo regge il disco del Sole), mentre la Luna e Mercurio si posizionano nel Toro. Nel Rinascimento infatti l’Astrologia naturale (Astronomia) e l’Astrologia giudiziaria (propriamente detta Astrologia) non erano ancora divise e in questo periodo è ancora difficile distinguere la figura dell’astrologo da quella più scientifica e rigorosa dell’astronomo, poiché solo a partire dal '600 e dalla nascita della scienza esatta, si renderà necessaria una più precisa connotazione di queste figure.

Come ti è venuta l'idea di affrontare questo tema?
Da lungo tempo mi occupo di studiare le configurazioni astronomiche nei riti fondativi di templi e città e nelle rappresentazioni di opere d’arte, secondo una metodologia che si basa sullo studio delle fonti scritte e documentali, ricerche dirette sul campo e utilizzo di appositi software astronomici e simulazioni di computer grafica. D’altra parte, l’impressione che ebbi quando visitai per la prima volta la sala di palazzo Schifanoia fu senz’altro quella di non trovarmi di fronte ad un calendario, come i miei studi accademici mi avevano predisposto, ma piuttosto una maestosa scenografia dell’elezione a duca di Borso d’Este.

Perché secondo te le interpretazioni ufficiali di quadri, libri, sculture e simili, spesso si incancreniscono al punto, in qualche caso, da non riuscire a scalfirle nemmeno di fronte all'evidenza?
È del tutto comprensibile che una teoria ormai codificata nel tempo sia difficile da scalfire. Nel caso specifico di palazzo Schifanoia il titolo “sala dei mesi” è ormai entrato nell’immaginario collettivo. Negli anni gli specialisti si sono concentrati a studiare nel dettaglio le diverse parti dell’affresco, forse perdendo di vista il quadro e il significato generale. Sono ben note le infinite discussioni sul significato delle singole figure o sul senso di lettura della fascia intermedia. D’altra parte noi moderni abbiamo perso del tutto quelle conoscenze multidisciplinari che caratterizzavano la saggezza degli antichi. Oggi si tende ad interpretare un’opera alla luce della conoscenza specifica dello storico dell’arte, dell’archeologo, del filosofo, dell’architetto e via dicendo. Basti pensare alla teoria della correlazione con Orione delle piramidi di Giza, all’inizio fortemente osteggiata dagli archeologi, a causa delle loro scarse conoscenze di astronomia. In antico invece i sapienti abbracciavano molti campi del sapere, lo stesso Pellegrino Prisciani – il probabile ideatore del ciclo di Schifanoia e la guida degli artisti impegnati nell’opera - ricoprì a Ferrara molte cariche pubbliche, come ambasciatore, storico, bibliotecario, ma fu anche studioso di astronomia e con ampi interessi nell’arte.

Più amici o avversari in questa avventura?
La presentazione ufficiale del libro, che si è tenuta in marzo a Firenze nella splendida cornice del Liceo Artistico di Porta Romana, ha visto una buona partecipazione di pubblico, e questo mi ha fatto particolarmente piacere perché dimostra che la cultura non ha e non deve avere confini. Il dibattito con il prof. Serino dell’università di Siena e la professoressa Felici ha evidenziato i rapporti artistici e i legami politici fra le corti del tempo. È dunque possibile presentare un libro su Ferrara a Firenze, nella culla del Rinascimento, e contribuire alla diffusione della conoscenza dei tesori dell’arte italiana.

Il prossimo libro?
In questo momento sto lavorando ad uno studio sul “nome segreto di Roma e la sua divinità tutelare”, che approfondisce, con nuove e forse definitive prove, la genesi e il significato del celebre quadrato magico “Sator”, simbolo del culto della sacre origini dell’urbe. La ricerca sviluppa anche interessanti e inedite correlazioni astronomiche e simboliche tra il rituale di fondazione dell’antica Roma e un'importante città del Medio Oriente, di cui però non voglio ancora svelare i particolari.

Nicola Iannelli, nato a Benevento nel 1968, si è laureato in Architettura a Firenze, dove attualmente vive e lavora. Astrofilo e studioso di storia e astronomia antica, all’attività professionale associa l’interesse per l’architettura nelle sue correlazioni astronomiche, con particolare riferimento all’analisi di simboli e aspetti esoterici. Ha ampliato le proprie ricerche allo studio delle configurazioni astronomiche nei riti fondativi dei templi e delle città e nelle rappresentazioni di opere d’arte. Collabora con riviste di architettura e di studi simbolico-esoterici, ed è autore di vari saggi, tra i quali si segnalano Sator. Epigrafe del culto delle sacre origini di Roma (Bastogi, Foggia 2009) e, con l’archeologo Mario Pagni, Il palazzo e il Tempio. Palazzo Altoviti a Firenze. Storia e simbologie (Betti, Siena 2012).

@il_trillo

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