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[i] Sergio Stivaletti, re degli effetti al cinema, tra Dèmoni e la Genova di Una canzone per il Paradiso

  • Scritto da Enrico Zoi

Sergio Stivaletti realizza effetti speciali, genera emozioni ad alta tensione e regala creature che non si possono dimenticare dall'alto di una carriera più che trentennale al servizio del cinema, in particolare di registi quali, tra gli altri, Dario Argento, Pupi Avati e Lamberto Bava. Regista egli stesso di due lungometraggi horror, si dedica con passione anche alla direzione di cortometraggi suoi e di giovani autori.

Partiamo dall'attualità. Girato nel centro storico di Genova in forma di documentario, è uscito da poco il film Una canzone per il paradiso, con il compianto don Andrea Gallo e Gino Paoli. Il film di Nicola Di Francescantonio racconta una storia in parte vera, in parte visionaria, e grazie agli effetti speciali di Stivaletti fa riapparire sul set Luigi Tenco, Bruno Lauzi, Umberto Bindi, Fabrizio De André. Com'è nata l'idea di questo film?
Un collaboratore di Di Francescantonio, Antonio Lusci, che avevo conosciuto ai miei inizi fra i collaboratori di Lamberto Bava e Dario Argento, si ricordava del mio potenziale creativo, mi segnalò al regista che mi chiese se fossi pronto a partecipare a questo film omaggio ai cantautori, ma anche un po' fantastico. Ne è uscito una sorta di docufilm sui personaggi genovesi, una ricostruzione non priva di note oniriche. All'inizio del lavoro c'erano situazioni da effetti speciali di un certo tipo, poi il budget è diminuito e l'opera si è ridimensionata dal punto di vista spettacolare, però le sono rimasto affezionato coproducendola. È un film curioso: la mia presenza è un po' strana in un contesto più di musica che di effetti speciali, ma anche per me è un'occasione per uscire dal ghetto di chi pensa che gli effetti speciali si usino nei film horror e basta. Non si fanno solo dèmoni, ma anche angeli, come in Una canzone per il paradiso.


Un excursus nella tua lunga e prestigiosa attività? Hai lavorato con molti registi. Raccontaci qualcosa della tua esperienza con ciascuno di loro, direi Pupi Avati, Dario Argento e Lamberto Bava.
Ognuno rappresenta un momento della mia carriera. Avati è l'esordio, quando iniziavo a capire cosa fosse il cinema non da spettatore, ma da chi sta dietro la macchina da presa per operare dentro quella magia. Ebbi l'occasione con colei che sarebbe diventata mia cognata, la costumista Tiziana Morosetti: cominciai in pratica da trovarobe, poi passai a piccole realizzazioni impossibili, come gli occhiali del '700 nelle Strelle nel fosso o una Tour Eiffel fatta con i fiammiferi in Jazz Band. Ma a me interessavano le cose ancora più strane, finché non cadde il diaframma e arrivai dall'altra parte: la professione giunse dall'incontro con Lamberto Bava, che conobbi perché mi voleva presentare il padre. Purtroppo Mario Bava morì e non lo conobbi personalmente: lui era uno con l'atmosfera e gli effetti servivano a ottenere le sfumature. Pensa che Mario, nei suoi film, faceva davvero il castello ritagliandone una fotografia e appiccicandola sul vetro! Fu poi Dario Argento a farmi entrare nel giro: avevo dato prova di saper fare un po' di tutto e mi trovai a lavorare a Phenomena per i cadaveri, ma in quel film feci anche cose più complicate, come creare la figura del mostro. I truccatori di allora non avevano il Dna del mostro, trovai quello spazio e mi inserii: io frequentavo Medicina e le immagini che avevo visto studiando mi servirono per il film. Dario accettò il mio mostro! Poi, anche senza internet, usando libri e riviste, studiavo e approfondivo molto. Phenomena ebbe successo: si vedeva che c'era dentro qualcosa di diverso, poi passammo a Dèmoni. Io guardavo più al cinema americano snobbando un po' quello italiano, secondo me non abbastanza spettacolare. Erano gli anni in cui gli effetti speciali erano esplosi in tutto il mondo tranne qui, Carlo Rambaldi era andato all'estero, così io riempii il vuoto raccogliendo il testimone.

Qual è il film in cui hai lavorato che ti ha divertito o soddisfatto di più?
Dèmoni ha segnato qualcosa anche nella gestione dell'effetto speciale ed è un momento importante della mia carriera, ma il film che mi sta a cuore è Il nido del ragno, di Gianfranco Giagni: uno strano film, riuscito, con cose che mi è piaciuto realizzare e in cui mi sono divertito.

Al tuo attivo anche due esperienze da regista: M.D.C. Maschera di cera (1997) e I tre volti del terrore (2004).
I due lungometraggi si somigliano fra loro: per girarli ho dovuto dare l'anima, pensando che sono un regista più tecnico che direttore di attori. M.D.C. Maschera di cera? Il primo amore non si scorda mai, è un sogno che si avvera: Argento che mi dette questo incarico fu per me come una laurea. Lo realizzai contro avversità varie, nelle mie proprietà: casa, capannone, scantinato. Un film che mi appartiene al 100%. Prima di dirigere I tre volti del terrore, ho cercato di girare Golem e il seguito di M.D.C., ma non è facile e per ora non ce l'ho fatta. Con I tre volti del terrore scelsi la via del film a episodi, più facile, mettendovi anche tante cose personali: dal lago di Vico dove andavo da piccolo e dal quale immaginavo uscisse il mostro al lupo mannaro dei racconti di mio padre, coronando il sogno di inserirvi John Phillip Law, di cui ero già amico perché gli volevo far fare il seguito di M.D.C.: quando gli dissi che avevo un altro film, lui accettò subito lo stesso! Così, nel mio secondo lungometraggio portai personaggi che mi stavano a cuore come Sinbad e Diabolik, nonché Riccardo Serventi Longhi.

Lavori in corso?
Dopo questi due film, in realtà il cinema è diventato sempre più piccolo e ogni regista che inizia lo fa dall'horror: ricevo due o tre richieste al mese per film con effetti speciali praticamente senza budget, così mi sono trovato a lavorare spesso con i giovani e mi sono capitate proposte diversificate. Ho appena finito di girare il mio episodio del film collettivo The Profane Exhibit: tutti registi sparsi nel mondo, io per l'Italia. Il mio corto si intitola Tophet Quorom, un film la cui sceneggiatura ho riscritto con Carlo Baldacci, che già aveva collaborato con me per Il velo di Waltz. Tophet Quorom è diventato così un corto sui sacrifici: il tophet è il cimitero cartaginese dei sacrifici di bambini a Moloch. Ambientato a Roma, con questo piccolo film ho vinto un premio a Cincinnati, ma l'antologia non è ancora completa. Adesso, con la Red Carpet, ho partecipato a una serie di corti di cui ho curato gli effetti speciali, di uno la regia: L'invito. Infine, mi sto occupando di un progetto più ambizioso, The Book of: in pratica sto radunando tutti i grandi del cinema horror italiano (ho la squadra al completo!), in modo che ogni regista realizzi un episodio per un horror antologico. Ci sono io, e poi Umberto Lenzi, Lamberto Bava, Ruggero Deodato, dodici registi per un lavoro corale, una gran cosa che ha subito preso una piega giusta. Si vede che ce n'è bisogno!

Info

Sergio Stivaletti nasce a Roma nel marzo del 1957. È noto come regista cinematografico, ma soprattutto per essere uno dei maestri nazionali (e non solo) degli effetti speciali. In più di trent'anni di attività ha pensato e realizzato creature di ogni genere per il grande e il piccolo schermo e per il palcoscenico, lavorando con personaggi quali Dario Argento, Pupi Avati, Lamberto Bava e Gabriele Salvatores.

@il_trillo

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