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[i] Ottavia Piccolo: “I linguaggi di teatro, televisione e cinema si rinnovano. Io amo essere coinvolta”

  • Scritto da Enrico Zoi

Ottavia Piccolo è una delle grandi interpreti del teatro italiano, un volto, una voce, un'anima che attraversa con leggerezza e intelligenza i palcoscenici di tutta Italia, diretta da miti quali Luigi Squarzina, Giorgio Strehler o Luca Ronconi, e contemporaneamente si dedica con successo anche al grande cinema, dall'esordio nel Gattopardo di Luchino Visconti fino ad alcune indimenticabili interpretazioni, una su tutte Metello (1970) di Mauro Bolognini, per la quale ottiene il premio per la miglior interpretazione femminile al Festival di Cannes e il Nastro d'Argento alla migliore attrice protagonista. E poi tanta buona televisione. Tra teatro, grande e piccolo schermo, lei ha interpretato molti testi importanti. È vero, come sostengono in molti, che oggi la lingua si sia impoverita (causa internet, sms, anglismi, spot, ecc.) e quindi sia più difficile trovare testi che valga la pena di mettere in scena?
Non ho l'attrezzatura per giudicare l'andamento della lingua, ma leggendo i giornali effettivamente pare che l'italiano si sia un po' imbastardito, il che non è necessariamente negativo. La lingua è una cosa viva ed è giusto che cambi: parole che anni fa non esistevano ora rappresentano qualcosa. È vero che spesso usiamo parole o modi di dire inglesi per concetti che potremmo esprimere in italiano, però ci sono termini che, soprattutto con le nuove tecnologie, prima non c'erano ed abbiamo mutuato da altri lingue. Quanto al teatro, finora ho avuto la fortuna di incontrare autori contemporanei che parlano una lingua teatrale che mi corrisponde, quindi, sì, è più difficile trovare testi che abbiano una lingua ben strutturata, ma comunque ce ne sono. Abbiamo autori che sanno usare la lingua. Uno molto attento è Stefano Massini, al punto che lo prendo spesso come referente per i testi teatrali. Poi Roberto Cavosi ed altri. Dipende pure dal testo da rappresentare. Ci sono altri che usano il dialetto come una lingua, come Davide Enia o Saverio La Ruina, e va bene pure quello: abbiamo gli esempi del veneziano di Carlo Goldoni, del napoletano di Eduardo De Filippo o del siciliano di Angelo Musco! Per non parlare di Andrea Camilleri, il quale ha quasi reinventato una lingua con immissioni del siciliano. La lingua cambia talmente che se ora prendiamo un autore classico non italiano e lo vogliamo mettere in scena inevitabilmente si devono rinnovare le vecchie traduzioni: Amleto con una traduzione ottocentesca sarebbe incomprensibile!

L'anno scorso l'abbiamo vista con Vittorio Viviani nell'Arte del dubbio di Gianrico Carofiglio. Nella prossima stagione cosa dobbiamo attenderci?
Niente! Salto un giro e aspetto il 2014/2015. Non ho trovato una cosa che mi convincesse e, lavorando da 53 anni, non ho la necessità di andare in scena per forza: posso pure stare ferma. Anche se proprio ferma ferma non sarò. Infatti, quando mi sarà richiesto, riprenderò lo spettacolo Donna non rieducabile, su Anna Politkovskaja, di Massini, che ormai faccio da sei anni.

Molti sono gli sceneggiati televisivi che lei ha interpretato sul piccolo schermo (Il mulino del Po, La coscienza di Zeno, La Certosa di Parma): perché oggi questa tv non è quasi più possibile? Possiamo aspettarci qualche sorpresa dal digitale in chiaro e dal proliferare dei canali tematici?
Non lo so. Negli anni Cinquanta/Sessanta, c'era la necessità anche sociale di creare una lingua e una cultura, così la tv aveva una vocazione didattica che adesso sarebbe impensabile: ha fatto 'studiare' gli italiani e ha fatto conoscere i grandi romanzi italiani, russi e americani. Adesso sarebbe impossibile. Per quanto riguarda il teatro in televisione, pure quello non ha più senso se fatto come quando serviva a divulgare drammi e commedie dal Monte Penice a Trapani tra chi non poteva permettersi di pagare il biglietto. Oggi il teatro è molto più veloce dal punto di vista della forma, muta rapidamente: se assistessimo a una messa in scena degli anni Cinquanta, ci sembrerebbe antiquariato. Anche la tv è cambiata nei ritmi, nei modi e nei mezzi tecnici. Può restare forse qualche documento, una ripresa come quella delle prime alla Scala, ma il il teatro sul piccolo schermo va ripensato specificamente per il mezzo televisivo. Nel mio piccolo, il testo su Anna Politkovskaja ha avuto una versione tv di Felice Cappa che funzionava benissimo. Del resto, sua era anche la trasposizione televisiva del Vajont di Marco Paolini, che io ho visto sia in teatro che sul divano di casa: erano la stessa cosa e contemporaneamente due cose diverse. Questo serve.

Quando va a teatro oggi cosa sceglie?
Sono mediamente onnivora e mi piace essere sorpresa. Quando capisco subito cosa vedrò, mi annoio un po'. Guardo i monologhi, i classici, i grandi registi anche stranieri che per fortuna a Milano passano con una certa frequenza. C'è pure un teatro che mi piace ma non saprei fare. Penso a Emma Dante: forse non sarei in grado di immettermi in una delle sue cose, ma quando la vado a vedere mi colpisce.

E al cinema?
Per il cinema è lo stesso. Vado a vedere più o meno tutto, a parte Harry Potter o il fantasy da ragazzi, benché capisca che possano essere molto divertenti e gradevoli. Nei giorni scorsi ho visto un po' di film alla Mostra del Cinema di Venezia. Sono felicissima del Leone andato a Gianfranco Rosi. Sacro Gra non è un documentario come l'abbiamo inteso fino adesso, è qualcosa di più, né è un film tradizionale, è proprio un'altra cosa. Secondo me è bello, pieno di poesia e di spunti. Ho visto poi il film di Ettore Scola su Federico Fellini, Che strano chiamarsi Federico, e mi ha davvero commossa. Nemmeno quella è una pellicola tradizionale. Le forme del racconto cambiano e io amo essere coinvolta.

@il_trillo

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