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[r] Umberto Lenzi, il regista amato da Quentin Tarantino è diventato scrittore di gialli di successo

  • Scritto da Enrico Zoi

Umberto Lenzi è il regista di 65 film che hanno segnato la storia del cinema di genere (e non solo) italiano e internazionale. Sue pellicole come Gatti rossi in un labirinto di vetro o, negli Stati Uniti, Il grande attacco, o ancora alcuni celebri classici dell'horror. Oggi però il cineasta di Massa Marittima, chiusa la ricca esperienza cinematografica, è uno dei nostri maggiori scrittori di romanzi gialli.

Come è avvenuta questa metamorfosi che in realtà forse tanto metamorfosi non è?
Ho scelto, sul finire degli anni ’90, di chiudere la mia attività di regista, per scelta di vita e anche perché il cinema di genere attraversava una crisi profonda e irreversibile. Per mantenermi in piena forma intellettuale, nel 2008 mi sono dedicato alla scrittura di noir. Ma i miei romanzi sono in sostanza la prosecuzione del cinema con altri mezzi. Nel primo libro, Delitti a Cinecittà, ho creato il personaggio di Bruno Astolfi, un investigatore privato che, agli inizi degli anni ’40, porta a termine un’indagine sul set di un grande film, La corona di ferro, di Alessandro Blasetti, con il compito di proteggere l’attrice protagonista, Luisa Ferida, minacciata di morte da un misterioso persecutore. Il successo del romanzo (edito da Coniglio nel 2008 e ristampato nei gialli Mondadori nel 2013) mi ha indotto a proseguire la serie. Nel 2009 ho pubblicato Terrore ad Harlem e in seguito Morte al cinevillaggio, Scalera di sangue, Spiaggia a mano armata e infine, pochi mesi fa, con Cordero Editore, Il clan dei Miserabili.

Un romanzo ancora una volta ambientato nel mondo del cinema: continuità e discontinuità rispetto ai libri che lo hanno preceduto.
Il clan dei Miserabili prosegue le indagini del detective Bruno Astolfi anche in ordine cronologico. Nei sei romanzi, che si svolgono dal 1940 al 1947, ho ricostruito, in base a documenti ed esperienza diretta, la storia del cinema italiano dal periodo dei telefoni bianchi, fino al sorgere e affermarsi del neorealismo.

Che tipo è Bruno Astolfi, se non vado errato uno dei pochi investigatori della letteratura ad avere un'appartenenza politica abbastanza definita, e quanto di Umberto Lenzi c'è in lui?
In Bruno Astolfi c’è molto di Umberto Lenzi, non solo in riferimento a una visione politica libertaria della società in cui opera, ma anche perché in buona sostanza il personaggio rispecchia i miei pregi e difetti, i miei gusti per il Chianti e il Fernet, la mia propensione alla buona cucina e alle belle attrici del cinema. E come me Bruno è ironico, schietto, ma anche presuntuoso e irascibile. Talvolta cinico, ma sempre sincero e leale. Non a caso, ho dato al personaggio il nome di mio padre, che appunto si chiamava Bruno.

Quali sono gli ingredienti per confezionare un giallo che funzioni?
Una buona dose di suspense, ritmo, capacità di razionalizzare le storie e molta azione, come nel genere hard boiled dei grandi classici americani: Chandler, Hammett, Kaminski.

Il suo autore preferito da lettore?
George Simenon, il creatore del commissario Maigret. Ho imparato da lui a puntare su un personaggio molto umano e alieno da violenza. Bruno Astolfi, infatti, non fa mai uso di pistole o altro genere di armi, ma essendo stato pugile in gioventù, oltre al raziocinio, usa esclusivamente i pugni.

Dal punto di vista privilegiato della sua esperienza, cosa consiglia a un giovane che abbia idee, storie e capacità di scrittura: di fare del cinema o di dedicarsi alla letteratura?
Dedicarsi alla letteratura, salvo in casi eccezionali, non porta vantaggi economici rilevanti. Il cinema offre poche opportunità. Al giorno d’oggi suggerirei la fiction.

Una domanda sul suo cinema. Lo so che andrebbe chiesto in primis a lui, ma perché Tarantino ha questo particolare culto per il suo horror Incubo sulla città contaminata, del 1980?
Al mio amico Quentin è piaciuto il modo in cui ho raccontato dei personaggi che sembrano zombie, ma in effetti sono esseri viventi contaminati da un disastro nucleare. Ma Tarantino apprezza molto anche i miei gialli e i miei film di guerra e considera La legione dei dannati (1969 ) e Attentato ai tre grandi (1967) i migliori war spaghetti prodotti in Italia.

Il prossimo libro?
Cuore criminale, un giallo dal ritmo serrato ambientato a Cinecittà durante le riprese del film Cuore, diretto nel 1947 da Duilio Coletti, interpretato da Vittorio De Sica, Maria Mercader e da un folto stuolo di giovanissimi attori nei personaggi del famoso libro di Edmondo De Amicis.

Un sogno nel cassetto?
Pubblicare Si muore solo due volte, un giallo ambientato al giorno d'oggi con un criminologo come protagonista. Spero che si faccia avanti qualche editore: sarei felice di cambiare genere, rimanendo sempre nell’ambito del noir.

@il_trillo

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