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[i] Paolo Codazzi: La farfalla asimmetrica, romanzo agli antipodi di un tweet

  • Scritto da Enrico Zoi

La farfalla asimmetrica è l'ultimo romanzo di Paolo Codazzi. Il libro dello scrittore e organizzatore culturale fiorentino, pubblicato da Tullio Pironti, è un viaggio letterario e storico in un'Italia vissuta dalle Alpi alle Piramidi, incentrata su una Palermo che attraversa secoli e secoli di vicende tra cronaca e magia, costruita sullo sfondo di un'Inquisizione analizzata con uno sguardo diverso dal consueto e scritta con un linguaggio surreale, composito, aulico e innovativo.

La farfalla asimmetrica. Già il titolo del tuo nuovo romanzo mi piace: che cosa significa?
Il titolo in realtà non è quello originale che avevo dato al romanzo, che era Lo specchio armeno, di cui si parla abbondantemente al suo interno. Ma non convinse del tutto l’editore, che mi chiese un titolo alternativo. Così sono arrivato a un altro elemento presente nel libro, La farfalla asimmetrica, una farfalla con ali diverse, che non esiste in natura, probabilmente è estinta. L'ho inventata io: nasce dall’esperienza reale della farfalla monarca, che migra dai freddi del Canada per raggiungere il caldo del Messico, una distanza tanto lunga che non potrebbe sostenere se non fosse spinta dai venti, venti talmente forti da staccare le ali alle farfalle, le quali poi, sempre per l’energia eolica, si riattaccano a caso, creando appunto la farfalla asimmetrica. Per me questa è, pur con qualche fantasiosa forzatura, un'immagine dell'amore: infatti il libro sostanzialmente è un'apologia dell'amore inteso come estrema forma di magia, per chi crede nella magia. Il romanzo, oltre all'intreccio della trama, ha molti riferimenti proprio alla magia, alle guaritrici, alle cercatrici di erbe. C'è un rapporto con l'Inquisizione spagnola in Sicilia ed è lì che la vicenda si interrompe nel 1484 per riaprirsi e chiudersi nel 2003 con personaggi che per puro caso hanno lo stesso nome di quelli che l'animarono nel quindicesimo secolo. Come in tutti i miei romanzi, neanche qui c'è una conclusione imposta ai lettori, ognuno dei quali potrà dare una sua chiave di lettura. Proprio perché, parlando dell'amore, inevitabilmente le opinioni possono essere discordanti. Grazie ai tre anni di studio e lavoro che ho impegnato nella scrittura del libro, ho superato il mio condizionamento mentale, frutto della storiografia sette-ottocentesca, sulle Inquisizioni in genere, non in particolare su quella spagnola in Sicilia di cui tratto: crudeltà, forme di violenza... in realtà anche il potere secolare negli stessi tempi usava i medesimi metodi. Quindi, l'Inquisizione, nella sua giustificata o ingiustificabile difesa della fede, in realtà si comportava come tutti i poteri di allora.

In sintesi, se di trama si può comunque parlare, cosa racconta il libro?
Nel 1484, Beatrice, una nobile ventunenne siciliana sta per sposare un nobile coetaneo. Secondo le usanze del tempo, viene chiamato un pittore per eseguire il suo ritratto da scambiare con quello del promesso. Si tratta di un matrimonio di opportunità e serve a risolvere le diatribe di confini dei vasti latifondi territoriali fra le famiglie dei due. Ma il ritrattista e la ragazza si innamorano. Il fidanzato scopre la relazione per delazione di una donna di casa e fa sottoporre Beatrice a un processo per stregoneria, con l'intento non di una condanna, bensì di spaventarla e indurla a sposarlo. Lei però fugge e trova riparo in questo specchio armeno, intessuto di foglie di papiro, che ha al suo interno alcuni spiriti benigni in grado di salvare le persone autenticamente innamorate che vi si riflettono. La ragazza resta come congelata in questo quadro. Nel 2003 il pittore copista Cosimo Armagnati, omonimo del padre del pittore che ritrasse Beatrice, è innamorato fin dall’adolescenza dell'immagine di un quadro vista su un sussidiario della maestra di scuola e l'intera sua vita si è costruita su tale immagine, il che gli ha impedito di avere relazioni con altre donne. Per magia gli viene commissionata una copia proprio di quel quadro. Armagnati parte per Palermo dove si trova l'opera. Nel mentre egli copia, l'amore si ricongiunge e Beatrice esce dal quadro: i due passano insieme una giornata straordinaria. Segue un finale che non svelo, ma che è aperto a qualsiasi interpretazione. Io naturalmente ho una mia opinione sulla conclusione del romanzo, che nasce dall'assunto iniziale, cioè che l'amore è per me l'estrema forma di magia. Per chi crede nella magia.

Ma tu ci credi?
No, ma credo nell'amore, svincolato da qualunque forma di legame sociale. Convivenze e matrimoni sono forme tribali imposte dalla società per autocontrollarsi, che possono comprendere anche lunghi periodi di amore, ma secondo me non rappresentano le basi per fare sbocciare, crescere e morire un sentimento. Non dimentichiamo che tu ti corichi innamorato, però durante la notte il tuo organismo biologico muta e non è detto che la mattina successiva tu o l'oggetto del tuo amore si svegli nelle stesse condizioni biologiche che hanno giustificato l'amore del giorno prima. L'amore, nel momento in cui vive, è magia. Come tale, ti avvicina a tutte le varie forme di magia. Quando l'amore si esaurisce, analogamente anche le forme di magia collegate terminano. E ritorni quell'agnostico sulla magia che eri prima. L'amore è innamorarsi dell'idea dell'amore. A volte sei portato a credere di averlo raggiunto, ma inevitabilmente è destinato a finire.

Quali continuità e quali novità in questo ultimo libro rispetto alla tua produzione letteraria precedente?
La differenza è che qui c'è un grosso lavoro storico sull'Inquisizione in genere e su quella spagnola in Sicilia in particolare: molti i testi che ho letto anche di magia. La farfalla asimmetrica ha più pagine del mio respiro consueto. Ciò che però è comune a tutti i miei libri e presuntuosamente mi caratterizza nell'universo dei colleghi è il mio modo di interpretare la scrittura e la letteratura, che non significano comunicazione tout court, tanto per raccontare una storia, bensì elaborare la sintassi, la semantica e le varie componenti che formano la scrittura e la letteratura in maniera tale che si differenzino sempre più dal modo di parlare e scrivere oggi imperante.

Il tuo romanzo è dunque agli antipodi di un tweet.
Sì. Io ho sempre inteso la pagina come una sinfonia, una sorta di fuga bachiana, che comprenda richiami a tutta una serie di argomenti consentendo comunque alla trama di tenere, andare avanti e attirare il lettore sulla storia. Storia che però, nel caso mio, è il pretesto (forse in questo romanzo lo è un po' meno) per catturare il lettore nelle possibilità di conoscenza offerte dalla vera scrittura.

Come nasce quindi la tua scrittura?
Io non parlo come scrivo e mi dispiace. Solo che scrivere ha il tempo della riflessione, parlare purtroppo no, quindi finisci per usare inflessioni e terminologie imposte dal linguaggio comune, cosa di cui spessissimo mi pento. Quando scrivo posso rinunciare a tutto questo ed elaborare la pagina, nella convinzione che un sostantivo collegato con un altro sostantivo o con un aggettivo, se scelti bene, possono dare molto più alla storia di quanto non diano due pagine sciatte che cercano di dimostrare la stessa cosa. La letteratura è arare il linguaggio in maniera assidua e, visto che abbiamo un dizionario ampio e variegato, individuare anche termini in disuso che possono avere una rappresentazione migliore rispetto ad altri mutuati dal lessico comune o estratti da linguaggi stranieri. È salvare la lingua senza congelarla, ma nella sua continuità, offrendo le mille possibilità della stessa lingua e soprattutto della sintassi a uno scrittore che scriva non come parla bensì meditando su quanto sta scrivendo.

Oltre che scrittore tu sei il responsabile del Premio Letterario Chianti che quest'anno ha fatto 27 candeline. Ce lo racconti?
Ha vinto Fabio Stassi con il romanzo L'ultimo ballo di Charlot, edito da Sellerio. Poche settimane fa. Un buon romanzo, ma tutti e cinque i finalisti avrebbero meritato. In realtà, il Premio Chianti, per sua natura, una volta che ha stabilito la rosa conclusiva, è questa che vince, il gruppo dei migliori. I quali partecipano a una festa di popolo, nell'accezione nobile del termine, che non ha eguali non solo in Italia ma probabilmente neanche in Europa e mi dispiace che non sia adeguatamente promossa. Ci sono 350 lettori reclutati in otto comuni del Chianti che partecipano alle singole presentazioni del libro di ogni autore e poi alla fine consegnano una scheda di preferenza che viene scrutinata pubblicamente. A conclusione di questo percorso viene decretato il vincitore. Fra questi abbiamo avuto scrittori quali Andrea Camilleri, prima che diventasse famoso. Un premio che ha altre due qualità. Una è la vera promozione della lettura: in 27 anni abbiamo acquistato più di 25000 copie dei libri finalisti dagli editori: se non è promozione della lettura questa! La seconda è riuscire a organizzare questa manifestazione con una cifra che, in tante altre occasioni, non basta nemmeno per la conferenza stampa di presentazione.

E poi sei appassionato di etruscologia...
Sì, ho tenuto conferenze e seguito degli scavi nella Tuscia toscana e laziale. In questo periodo sto scrivendo un piccolo saggio su Isidoro Falchi, lo scopritore di Vetulonia. Generalmente, tra gli scrittori come tra gli archeologi, mi interesso a tutti quei personaggi che non sono stati canonizzati da una carriera a diventare tali, da Carlo Emilio Gadda a Robert Musil e Heinrich Schliemann (Gadda e Musil erano ingegneri, Schliemann imprenditore e Falchi medico). Falchi perché? Perché la regia commissione istituita per stabilire se la medievale Poggio Colonna fosse l'antica Vetulonia e quindi se gli scavi di Falchi corrispondessero a realtà decretò non solo che era tutto vero, ma terminò la relazione dicendo: 'è sorprendente come l'entusiasmo e la passione di un solo uomo, medico condotto di Campiglia Marittima, dunque non archeologo di professione, possa ottenere risultati che eserciti di professionisti non riescono a conseguire in una carriera'. Questi sono i personaggi che mi affascinano. Falchi è il mio modello come archeologo e come scrittore: fondamentalmente, la passione. Dove non c'è passione, ma routine, si appassisce tutto.

Il prossimo libro di letteratura?
Non ti dico il titolo perché tanto poi me lo cambiano! Sarà un romanzo che parlerà molto di etruscologia, pur comprendendo una vicenda che con essa avrà a che vedere relativamente, in cui ho immaginato di condensare tutte le conoscenze acquisite in materia, che mi potranno servire, spero, a intessere una trama gradita al lettore. Più altre idee lasciate, come dico io, in astanteria, per le quali però deve ancora scattare la scintilla della passione.

Un sogno nel cassetto?
Continuare a sognare.

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