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Angelo Savelli: 'La bastarda di Istanbul è uno sguardo epico sulla Turchia e sul genocidio degli Armeni'

  • Scritto da Enrico Zoi
Angelo Savelli"La bastarda di Istanbul" è l'ultima impresa di Pupi e Fresedde-Teatro di Rifredi di Firenze e del regista Angelo Savelli, il quale ha ridotto e diretto per il palcoscenico l'omonimo romanzo di Elif Shafak, una delle maggiori scrittrici turche contemporanee, spostando all'interno della messa in scena l'intero cast del suo spettacolo cult Ultimo Harem (Serra Yilmaz, Valentina Chico e Riccardo Naldini), allargato a Monica Bauco, Marcella Ermini, Fiorella Sciarretta, Diletta Oculisti, Elisa Vitiello e alle video-scenografie di Giuseppe Ragazzini. Perché mettere in scena oggi un romanzo di Elif Shafak?
Gli argomenti sono tantissimi – risponde Savelli -, a partire dal fatto che siamo nel 2015 e ricorre il centenario dell'insorgenza della questione armena. Nell'aprile del 1915, iniziarono i primi rastrellamenti dell'intelligencija armena a Istanbul, cui seguì – la parola è forte – il genocidio del loro popolo, raccontato anche in vari libri e in film. La bastarda di Istanbul di Elif Shafak, all'interno di una straordinaria saga familiare popolata da donne, fa emergere il ricordo di questo evento storico, un dramma per la Turchia. Non è un libro sull'eccidio armeno, come potrebbe essere La masseria delle allodole di Antonia Arslan o altri: è un libro sulla rimozione di tale evento nella coscienza del popolo turco, che cerca di smuovere questo sonno, questa dimenticanza che, per molti anni, un Paese laico, avanzato e moderno come la Turchia ha operato nei confronti di un momento della sua storia particolarmente contraddittorio, per non dire vergognoso.

Al di là del cast, c'è un legame evolutivo fra Ultimo Harem e La bastarda di Istanbul, che hanno nella Turchia il loro minimo comune denominatore?
È la continuazione di un viaggio nella cultura, nell'attualità e nella storia turca, virato verso un argomento non meno interessante di quello di Ultimo Harem, la condizione femminile. Un tema peraltro presente anche qui, ma nella Bastarda di Istanbul c'è uno sguardo più epico sulla storia della Turchia. È quindi la continuazione di un colloquio e di una voglia di conoscenza ed avvicinamento. Un altro aspetto è l'epicità dei due racconti: là mi riferivo alle novelle delle Mille e una notte, insieme agli apporti di altre scrittrici, qui l'utilizzo del romanzo della Shafak mi dà modo di raccontare in terza persona, non drammatizzando, non riducendo a uno sceneggiato o a un normale dialogo teatrale le meravigliose pagine di questa straordinaria scrittrice, e quindi c'è affabulazione, un senso del racconto forse più orientale che occidentale, ma che a me piace inserire nella nostra cultura teatrale.

Cosa ti affascina della Turchia?
Sono sempre stato poco interessato ai drammi psicologici e molto incuriosito dall'antropologia culturale. All'inizio della mia carriera teatrale mi sono occupato della cultura meridionale, con le tarantate, Ernesto De Martino, la ricerca della nascita del teatro: anche l'amore per la Turchia è la continuazione dell'amore per le radici. Il nostro presente e il nostro futuro sono ancorati a solide radici: conoscerle non è rivolgersi al passato, ma dare nutrimento al nostro domani. Mi sono spostato verso la Turchia è perché è un passo più in là rispetto a quanto avevo conosciuto. È bellissima la dicotomia turca di stare con un piede in Asia e uno in Europa, tuttavia, al di là di questo, sento che, nei miei viaggi, negli incontri con le persone in cui ho affrontato la loro storia e la loro cultura, vado alle origini ancor più di quanto non accada con la Grecia: qui siamo più nel profondo rispetto alla mitologia ellenica.

E dove sta andando oggi la Turchia?
Non ho la presunzione di parlare a nome dei Turchi. Ascolto Serra Yilmaz, in quanto parte in causa assai informata e molto motivata. La mia è l'impressione di un ospite di un Paese che amo e con il quale ho percorso bellissimi tratti di strada della mia vita. Quando ho conosciuto la Turchia, sono rimasto impressionato dal fatto che fosse diversa. Molti di noi occidentali la confondiamo con il mondo arabo, mentre è una cosa a sé, particolare, emozionante. Allo stesso modo, oggi vivo il dispiacere di vedere che c'è una situazione politica complessiva in Turchia, che probabilmente rispecchia una mentalità montata negli anni, tendente a non difendere l'eccezionalità che il Paese si era conquistato nella geografia del Medio Oriente, ma preferisce andare verso una certa omogeneità. Questo io credo che sia una perdita.

Tornando a teatro, dopo Ultimo Harem e La bastarda di Istanbul, hai altre 'cose turche' in vista?
La voglia è tanta, però, come sai, Ultimo Harem è di undici anni fa! Le cose devono maturare e trovare una loro necessità. Non sai quanti libri ho letto, ma poi l'amore scatta un giorno all'improvviso, così come è avvenuto con La bastarda di Istanbul: allora ho dovuto fargli spazio, nutrirlo insieme ai membri della compagnia e del teatro, essendo uno spettacolo imponente, difficile e costoso. Abbiamo chiesto aiuto per realizzarlo, nessuno ce l'ha voluto dare e alla fine abbiamo deciso di farcelo da noi, perché anche i miei colleghi sentivano che ero proprio partito, innamorato, e mi hanno sostenuto perché lo potessi realizzare. Ora aspetto il prossimo innamoramento. Può darsi che, fra tutte le cose che ho letto e sto leggendo, arrivi un testo capace di farmi scattare le giuste molle interiori e i momenti visionari. Quando, tre o quattro anni fa, lessi La bastarda di Istanbul, mi immaginai cose che oggi vedo sul palcoscenico, quindi ho avuto pure la tenacia di mantenerli quei sogni. Comunque, i miei incontri con la cultura turca sono sempre positivi. C'è una scrittrice di gialli, Esmahan Aykol, molto carina, della quale abbiamo fatto alcune letture un paio di anni fa, l'autrice di Appartamento ad Istanbul e di Hotel Bosforo. Certo, è una letteratura più leggera e divertente. Volendo realizzare uno spettacolo un po' più di intrattenimento ma curioso, lei si presterebbe bene. Diciamo che sia Ultimo Harem che La bastarda di Istanbul sono due rappresentazioni dal contenuto molto forte ed importante. Può darsi che in futuro ci sia un altro episodio come questo di oggi, oppure altre cose più piccole, ma l'amore per la Turchia rimarrà.

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