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[i] Branduardi: a piedi nudi, danzando

  • Scritto da Elena Meynet



«Ha ragione Marco Mangiarotti, che sul Giorno ha scritto: la musica di Branduardi è come l'aglio, facilmente riconoscibile, piace o fa schifo». Così si definisce spiritosamente Angelo Branduardi, che da più di trent'anni calca le scene danzando, suonando, cantando sentimenti e storie antiche.
A Saint-Vincent (Aosta), venerdì sera ha portato il suo Infinitamente piccolo e i grandi successi da Alla fiera dell'est a Vanità di vanità, ma ha riservato un momento ad un argomento a lui caro, che inserisce spesso e volentieri nei suoi lavoro: il particolarismo linguistico di una regione, che gli ha fatto cantare in modo del tutto originale il canto La novela de Jan Kapon in patois (francoprovenzale parlato in Valle d'Aosta) e l'inno ufficiale valdostano Montagnes Valdôtaines in francese.

«Come dice la vostra poetessa e cantautrice Maura Susanna - ha spiegato al pubblico valdostano, riferendosi alla canzone La reserva - per quanto una cultura sia piccola, quando essa muore tutta l'umanità perde qualche cosa. E' con molto piacere che provo a cantare in patois insieme ai musicisti del quartetto». Ancora più delicato è l'approccio di Branduardi all' "inno" valdostano: «secondo me, come lo sento io, va eseguito come un inno sacro, a cappella. Per un canto del genere ci vorrebbe un'orchestra, oppure un coro di alpini o ancora una banda: non ho niente di tutto ciò. Ho scelto quindi di eseguirlo con molto rispetto, come un canto fatto più di silenzi, di "buchi" che di note».
Da un lato le tradizioni popolari, dall'altro la musica antica («ma c'è stato un momento in cui la "locomotiva" era la musica popolare, prima dell'invenzione dell'accordo») sono i grandi fili conduttori del repertorio branduardiano. Affascinato dal suono delle parole ancor prima che dal loro significato, il "menestrello" per eccellenza lavora ormai da tempo gomito a gomito con la preziosissima moglie Luisa Zappa: «molto spesso le idee sono mie - spiega - però io metto mille parole dove ne servono dieci, diciamo che scriviamo i testi a quattro mani ma mia moglie ne ha tre».
Più di trent'anni di musica non gli fanno perdere la curiosità, l'instancabile ricerca di stimoli e la creazione di nuovi progetti: «sicuramente nella mia musica c'è stata una evoluzione felice - si racconta il cantautore - quando si è giovani si è molto più potenti nell'immediatezza. Ora sono molto più laborioso, smonto il giocattolo, mentre una volta ero molto più veloce e spontaneo. Poi, uno fa cose belle o brutte al momento giusto o sbagliato. A volte si arriva troppo presto, a volte troppo tardi... Non ho fatto la plastica al naso, questo naso ebreo importante, e non ho fatto plastica nemeno alla mia musica».
I lavori che Branduardi ha in serbo sono ancora molti: «io voglio schiattare sul palcoscenico», dichiara perentorio. In particolare, sta riscuotendo grande successo la Lauda di San Francesco, che racconta la vita del Poverello di Assisi attraverso quanto riportato dalle Fonti francescane e che è stata parte principale anche del concerto valdostano. Dopo quaranta date in Germania, altrettante in Francia e 160 in Italia, in circa due anni la lauda francescana sta raccogliendo consensi di pubblico al livello del successo che ebbe Alla fiera dell'est. «E' stata un'operazione difficile - riflette Branduardi - ma in fondo uno può anche fare una cosa nuova per tre mesi e poi tornare agli impegni di prima. Mi incuriosisce tutto, sono vorace. Se parliamo di rock preferisco gli americani agli anglosassoni, ad esempio Springsteen, Bob Dylan... Però ascolto anche molta musica classica, in questo momento soprattutto Wagner. E ancora la musica etnica, popolare. Sono come i bambini che rubano la marmellata, più ne rubo più sono felice. Ascolto tutto e trovo cose che mi piacciono così come ce ne possono essere che non mi interessano».


8 settembre 2006
Fête de la Vallée d'Aoste
Palais SAINT-VINCENT (AO)

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