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[i] Alessandro Taverna intervista Hugo De Ana, regista di "La Damnation de Faust"

  • Scritto da Il Trillo



In principio era il cerchio
A colloquio con Hugo De Ana, a cura di Alessandro Taverna

Sarà un sfida mettere in scena un’opera che non è fino in fondo un’opera?
È una sfida La Damnation de Faust, ma ancor di più è una sfida affrontare il mito di Faust. È quello che sto facendo con Berlioz, dopo aver messo in scena l’opera di Gounod. Sono due mondi completamente diversi e segnano un percorso che sono contento di aver intrapreso in questo preciso momento della mia carriera, alla maturità. Nonostante tutto, avverto un senso di paura misto alla felicità di un sogno che finalmente si avvera...

Allora da dove dobbiamo cominciare?
Conta il punto di partenza. In Gounod quel punto era il quadrato, con alcune raffigurazioni conseguenti come lo specchio, il cristallo... Per Berlioz invece tutto è scaturito dall’idea del cerchio, che mi ha consentito di sviluppare lo spettacolo con una consequenzialità quasi matematica, con un rigore che appartiene alla musica stessa scritta per la Damnation. Sono abituato a sondare il libretto di un’opera che metto in scena fino alle sue più remote pieghe, ma stavolta mi sono trovato di fronte a qualcosa di diverso da un semplice libretto d’opera. Perché La Damnation de Faust non è un’opera vera e propria, ma è appunto un prodotto del genio di Berlioz che qui svela un’indole assolutamente filosofica nel trattamento della vicenda. È spiegabile così l’incomprensione a cui l’opera è andata incontro: non contiene niente che possa rispondere alle aspettative del pubblico.

Eppure la vicenda in apparenza è ridotta ad un diagramma elementare. Del dramma originario di Goethe sopravvivono solo tre personaggi principali: Faust, Méphistophélès e Marguerite...
Ma non sono personaggi come siamo abituati ad intenderli noi. Non hanno un vero carattere, servono piuttosto a Berlioz per fare della Damnation una straordinaria astrazione musicale. Basta considerare quanto sia poco convenzionale il duetto d’amore fra Faust e Marguerite nella terza parte. E perfino il patto con il diavolo è rimandato alla fine. Non ci sono né vinti né vincitori, perché in fondo è Faust che cerca l’annientamento. Del resto è la condizione a cui aspira, fin dal momento in cui fa la sua prima apparizione. Faust non ha altro desiderio che restare da solo e coltivare indisturbato il suo spleen, contemplando lo spettacolo della natura. Tutto lo infastidisce profondamente, non è affatto un romantico alla Werther, come si sarebbe portati a pensare. Méphistophélès invece conserva tutta la sua ambiguità, riflette le mille sfaccettature di un’opera anomala, perché Berlioz vi rappresenta la sua personalissima idea di opera.

Sarebbe per caso un’opera drogata, come drogata è la Symphonie Fantastique?
C’è una simbologia profonda che vi soggiace. Per me è fondamentale l’alchimia che si nasconde in questa partitura, il segreto della sua continua metamorfosi degli elementi di cui è costituita. E l’immaginazione esplode. Certo la musica detta le leggi dell’intreccio, tanto è vero che la vicenda può svolgersi in Ungheria se serve per aggiungere una marcia ungherese. La Damnation de Faust funziona come un accumulo di materiali, come un bricolage…
Ma, concretamente, come si può rappresentare?
Con queste premesse mi sono sentito in dovere di liberare fino in fondo l’istinto creativo: non ho fatto altro che tenere dietro al bombardamento di immagini a cui Berlioz obbliga la nostra attenzione. Ho creato un percorso visivo che partisse da questa idea del cerchio in cui è rappresentato l’elemento terrestre. Perché nell’opera perfino l’Apotheose finale è vista da questo punto di vista. E così sarà nello spettacolo. Ho voluto mantenere un approccio molto crudele, perché è crudele il modo con cui Berlioz si applica a questo soggetto. In quest’opera sono violenti i passaggi da una scena all’altro, perché implicano cambi di registro stilistico ed una ironia che confina con questa spinta verso l’astrazione dei sentimenti. È un’opera dalle mille sfaccettature. Non dimentichiamolo, Berlioz è stato un precursore, un demiurgo, un poeta, e anche un pittore musicale.

Il cerchio da cui scaturisce l’idea dello spettacolo si vedrà veramente?
E questo grande cerchio in cui è iscritta la scena finisce per assomigliare a quelle antenne paraboliche usate dalla Nasa per captare i segnali dallo spazio. Io lo uso per captare le mille immagini provocate dalla musica della Damnation.


Prima che si alzi il sipario
Istituzione Casa della Musica, Sala dei Concerti
sabato 20 gennaio 2007, ore 17.30
LA DAMNATION DE FAUST
Musica di HECTOR BERLIOZ

@il_trillo

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