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Libri (solo) d'estate: i suggerimenti di Paolo di Paolo

Paolo di PaoloC'è chi legge sempre (il 13,7% degli italiani, lettori forti) e chi non legge affatto (9,1%); ma fra quel 45,5%, un italiano su due, che legge "non più di tre libri in un anno" (fonte Istat) dovrebbero esserci anche i lettori da spiaggia, da lago, da città affocata. «Leggere d’estate non c’entra solo con il tempo in più, o con l’obbligo scolastico - riflette lo scrittore Paolo di Paolo - C’entra con la sabbia, con le copertine sbiadite, c’entra con un po’ d’ombra da cercare. C’entra con il fatto che – soprattutto d’estate – i libri possono annodarsi strettissimi alla vita: anche quelli che non abbiamo amato, capito; anche quelli in cui abbiamo cercato (senza fortuna) qualcosa di chi ce li aveva consigliati. Anche quelli che non ricordiamo quasi più – e che però, al solo nominarli, ridestano ore passate, intatte nel loro splendore». Nella quantità di libri che possiamo scegliere in libreria, al supermercato, in edicola, fra i remainder, in ebook o persino in audible, potremmo anche perderci. Ecco allora qualche suggerimento da scrittore, che è anche lettore e intervistatore piacevole, che comincia con il suggerire Karl Ove Knausgard e il suo "La pioggia deve cadere": «I grandi romanzi abituano anche a questo, ad amare più intensamente ciò che già conosciamo - spiega Paolo di Paolo - Così, ho pensato a cinque libri da mettere in altrettante valigie, ognuna diversa dall'altra, però tutte abbastanza leggere e capienti.
Stupore. Un romanzo sul tempo che passa, sui segni che lascia passando. Buono per l’estate? Sì, per chi ha un temperamento malinconico, ma ha ancora voglia di stupirsi. “Era tutto un miracolo, un buttarsi giù dall'alto di una torre, nell'aria? Possibile che anche per le persone avanti negli anni così fosse la vita – allarmante, inaspettata, sconosciuta?”. Virginia Woolf, Al faro.
Sensi. A volte può essere uno sguardo, altre volte un silenzio, un moto di rabbia, altre volte semplicemente un odore. Di polvere e legno marcio, l’odore dell’attesa; l’odore freddo dell’inchiostro e quello casalingo e pigro del grasso di pancetta: l’odore dell’accoglienza. O quest’odore che non va via, di fumo, di foglie che bruciano. Tre diverse narrazioni costruite intorno a uno specifico senso – vista, udito, olfatto. Per ricordarsi di tenerli vivi! Nadine Gordimer, Beethoven era per un sedicesimo nero.
Cuore. Pronunciamo il più delle volte la parola cuore riferendoci, come gli antichi, alla sede dei sentimenti. Ma forse bisogna ripartire dalla sua nuda verità anatomica, dalla sua stupefacente meccanica: «il cuore si contrae, un sussulto, poi delle scosse quasi impercettibili, ma che si possono vedere se ci si avvicina, quei deboli battiti, e l’organo a poco a poco ricomincia a pompare il sangue dentro il corpo, e riprende il suo lavoro», il suo ritmo. Maylis de Kerangal, Riparare i viventi.
Coraggio. La ragazza Rachel, inviata del San Fernando Chronicle, ha l’incarico di portare al direttore un pezzo da prima pagina. Decide di essere lei stessa la notizia, e di buttarsi nelle cascate del Niagara, ma per uscirne viva, chiusa in una botte. Per quelli che osano, mettono in gioco talento e follia, rischiano tutto «per sentirsi davvero vivi». «Son qui perché se mi arrendo questa volta mi arrenderò tutta la vita». Alessandro Baricco, Smith&Wesson.
Domande. L’allenamento alla curiosità, l’avventura dell’ignoto. «Ma infine» si chiede il narratore a proposito del giramondo Mr Fogg, «che cosa ci aveva guadagnato? Che cosa aveva riportato da questo viaggio?». Le domande di ogni ritorno. Sempre più importanti di qualunque risposta. Jules Verne, Il giro del mondo in ottanta giorni».

[grazie per il suggerimento a Feltrinelli]
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