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[r] Arrigo Petacco: O Roma o morte

  • Scritto da Claudia Camedda

Massimo D'Azeglio, a pochi giorni dalla dichiarazione pubblica dell'unificazione d'Italia, proclamata a Torino il 17 marzo 1861, scriveva preso dallo sconforto, in ritorno da un viaggio nel Mezzogiorno una lettera al ministro Carlo Matteucci. D'Azeglio nella missiva elencava al politico i disguidi dell'intricata questione meridionale, quando l'Italia vinta la seconda guerra d'indipendenza conquistava il Regno delle due Sicilie, uscendo dal giogo dei sovrani Borbonici.
Nonostante questo i napoletani non si riconoscevano nel disegno politico di un'Italia una e compatta non più divisa in tanti stati sottomessa a dominatori stranieri. A capo del regno proclamato era Vittorio Emanuele II di Savoia. Il Veneto era ancora sotto la dominazione degli austriaci, e nel 1866 con la vittoria della terza guerra d'indipendenza contro l'Austria, veniva annesso al Regno d'Italia. Prima di questi fatti e dell'unificazione del Regno, uno statista di grande levatura fu Cavour, il quale aveva posto le sue speranze nel progetto di un governo federalista, dove le autonomie locali avessero potuto gestire la distribuzione del potere tra la classe politica nazionale e quelle regionali.
Queste ultime nel disegno politico di Cavour erano atte a rafforzare i diritti economici, civili. sociali della nazione. Ma Camillo Benso fu deceduto il 6 giugno 1861, e pochi mesi prima della sua morte era stato respinto il suo progetto politico. Decaduta così la riforma, che avrebbe accomunato le esigenze del nuovo stato a, cui Cavour si ispirava, con le esperienze dei governi preunitari, l'Italia avrebbe messo da parte, sino ad oggi, le speranze sulle istituzioni, che potevano assicurare insieme all'unità lo sviluppo del progresso di una nazione compatta nella sua omogeneità.
Queste sono le tematiche storiche socio politiche, che vengono trattate nel libro di Arrigo Petacco O Roma o morte, sui nove anni che vanno dal 1861 al 1870, della tormentata conquista dell'unità d'Italia.
Arrigo Petacco espone diligentemente nel testo, le sue considerazioni sul sogno di un'unità d'Italia, garibaldino e anche mazziniano, che con la morte di Cavour tarda ad arrivare. I dieci anni che seguono,vedono l'Italia (senza la guida dell'abile statista, morto troppo presto) in mano a uomini che non erano all'altezza della situazione. Questi invece di mettere in atto il disegno di riordino amministrativo cavouriano, volto verso un decentramento delle regioni italiane, che prevedesse una collaborazione fra il governo politico centrale e i territori della nazione, pensarono di rinviare il progetto,regolando le regioni con la costituzione del vecchio Regno di Sardegna: lo Statuto Albertino, piemontesizzando così il paese
Ne conseguirono così dei moti insurrezionali nel Mezzogiorno, da parte della popolazione, che furono considerati, a voce di popolo come puro e semplice brigantaggio da sopprimere con la forza. In realtà le procure del Regno sardo piemontese erano ignare dei motivi sociali che fomentavano le insurrezioni dei rivoltosi. Nel meridione infatti esisteva un'economia agricola povera, con terre incolte, abbandonate per mancanza di fondi, usurpati per secoli dalla tirannia Borbonica, al popolo che ridotto alla fame pagava sempre più ingenti tasse. Si arrivò così a un genere di guerra civile che imperversò per anni nel paese. Inoltre anche la spicciola campagna anticlericale di quegli anni, provocata dalla politica temporale di Pio IX (secondo la quale i papi avevano pieni poteri politici nello stato), divise il popolo italiano anche nel contesto religioso: l'unico anello mancante che avrebbe potuto tenerli uniti. L'autore nel libro menziona anche la breccia di Porta Pia, che nel 1870 vede Roma capitale d'Italia. Egli descrive lo scontro tra il Regno d'Italia e lo Stato della Chiesa. Le truppe dei Savoia entrano a Roma attraverso la breccia di Porta Pia, e pongono fine alla sovranità temporale dei "papi re".
A questo punto possiamo affermare, che Cavour con il suo pensiero politico "aveva fatto gli Italiani", dopo aver intravisto in una politica moderata di centro l'egemonia della futura nazione. Rimaneva però il grosso problema "di fare l'Italia", e cioè di creare una sorta di stato, che fosse in grado di unire e non semplicemente di unificare giuridicamente: popolazioni divise da realtà storiche, politiche, culturali e produttive. Cavour sosteneva che l'Italia non sarebbe stata niente, se non fosse stata attuata la sua unione dal basso. L'Italia secondo lo statista non sarebbe stata nulla se ad essa si avesse voluto dare corpo sovrapponendo alle regioni della penisola le normative statali piemontesi, o procedendo ad una centralizzazione politica autoritaria di tipo bonapartista.
Nel testo Petacco menziona con uno stile incalzante: le ultime fallite spedizioni di Garibaldi in Aspromonte e a Mentana. Possiamo concludere le nostre considerazioni sul libro dell'autore O Roma o morte, affermando che gli errori previsti da D'Azeglio, continuarono perenni nella nuova compagine, che per tanto tempo si sovrappose come un corpo estraneo a un'Italia interamente suddivisa, frammentata. E noi ancora oggi, nel secondo millennio ne avvertiamo le conseguenze.

Arrigo Petacco: O Roma o morte. 1871-1870: la tormentata conquista dell'Unità d'Italia.
2010, Arnoldo Mondadori
152 pagine

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