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[r] Un grande Giuseppe Battiston al Puccini di Firenze con L'invenzione della solitudine di Auster

  • Scritto da Enrico Zoi

L'invenzione della solitudine, di Paul Auster, si riassume così: sono passate poche settimane dall'improvvisa morte del padre e Auster, il figlio, che, nella versione teatrale di Giorgio Gallione vista al Puccini di Firenze, ha body and soul di Giuseppe Battiston, si ritrova nella grande casa di un genitore alieno, assente fisicamente da quindici anni dalla famiglia, e chi sa da quanto con la mente. Un padre che si è costruito, affezionato, dedicato a una solitudine esemplare, diversa e lontana da tutti e da tutto. Qui comincia l'avventura.

Un'avventura a più facce, ma comunque tenacemente in navigazione solitaria, una ricerca del tempo perduto che assomiglia icasticamente alla futura cronologia del protagonista. Così, mentre sfoglia i petali di un fiore paterno definitivamente appassito, mentre ne recupera scarpe, ricordi, barlumi di amore e di minime considerazioni, mentre si protegge da una memoria a tratti imbarazzante e spesso scarna, mentre comprende che il genitore altri non era che un fuggitivo dal consesso umano e da se stesso, Auster si rende conto a poco a poco di vivere in prima persona un analogo distacco: il protagonista sta infatti egli stesso abbandonando la sua famiglia, in uno strazio lacerante tra un passato e un futuro che si ripresentano come esperienze insieme diverse e uguali di un unico fato riassunto nella sua figura in una sorta di infelice reincarnazione sentimentale. Vince il caso e vince sempre e comunque il ricordo di ciò che è stato e di ciò che non è stato, anticipo di un futuro da inventare. Proprio come la solitudine.
In questa ondeggiante sofferenza della condizione umana, Battiston è Orson Welles e Peter Pan, è anello che congiunge sponde e crepacci di più mondi, navigatore esistenziale delle pieghe e delle onde del destino, fotografo implacabile dell'essere insieme figlio e genitore, è moderno Falstaff e novello Tino Buazzelli, è punto interrogativo di molte domande, una su tutte quella, drammatica, se suo padre vivesse o fosse semplicemente in attesa della morte, è un Capitano Achab alla rincorsa di un invisibile Moby Dick, è un Caronte buono traghettatore di tre generazioni di anime e della condivisione degli entusiasti spettatori. È, Battiston, la persona giusta al posto e al momento giusto, la sicurezza di saper rendere i dubbi di un testo teso come una corda di violino e struggente come un sax, l'inquilino naturale, e perciò speciale, del teatro dell'uomo. Bravo, bravissimo.

6 e 7 dicembre 2013, ore 21
Teatro Puccini
FIRENZE

Teatro dell’Archivolto presenta Giuseppe Battiston in
L’invenzione della solitudine
di Paul Auster

Drammaturgia e regia Giorgio Gallione
Scene e costumi Guido Fiorato

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