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Vittoria Puccini, inquietante Gatta sul tetto che scotta, in prima nazionale alla Pergola di Firenze

  • Scritto da Enrico Zoi
Vittoria Puccini e Vinicio MarchioniUn'altra prima nazionale al Teatro della Pergola di Firenze: La gatta sul tetto che scotta di Tennessee Williams, con la regia di Arturo Cirillo, che già si era cimentato in passato con il drammaturgo di Columbus e soprattutto con il debutto assoluto per la fiorentina Vittoria Puccini, musa del cinema italiano, che sale per la prima volta su un palcoscenico in uno dei ruoli più significativi della drammaturgia novecentesca, Maggie la gatta. Insieme a lei, come Brick, Vinicio Marchioni (Un tram chiamato desiderio in teatro, Romanzo Criminale in televisione e 20 Sigarette al cinema). I due, tra l'altro, saranno insieme a febbraio nel tv movie in due puntate L'Oriana, in onda in prima serata su Raiuno, dove Oriana Fallaci avrà il volto proprio della Puccini.
Il dramma di Williams, che ha ormai compiuto sessant'anni, racconta di Maggie, la quale per alleviare la cocente situazione familiare in cui si trova, costruisce un castello di finzioni. È innamorata del marito Brick, ex sportivo attualmente infortunato ad una caviglia, alcolizzato, e teme di dover abbandonare lui e l'abitazione se non ne avrà un figlio. Nel mezzo, però, ci sono la morte per suicidio del compagno di squadra e amico di lui, l'omosessuale Skipper, la malattia del padre di Brick, una coppia di cognati alla caccia dell'eredità e un microcosmo familiare intriso di una crescente ipocrisia.
Negli occhi tutti noi abbiamo la bella versione cinematografica che, de La gatta sul tetto che scotta, girò Richard Brooks nel 1958, che inizialmente doveva essere girata in bianco e nero, poi fu realizzata a colori in omaggio agli occhi, rispettivamente viola e azzurri, dei due indimenticabili protagonisti, due divi assoluti dell'epoca, Elizabeth Taylor e Paul Newman.
Di fronte a questa ultimissima versione di Cirillo, è incerto il recensore, che, nella sua visione soggettiva, si scopre ad oscillare fra i due poli giudicatori dell'insufficienza (non nel senso scolastico del termine, quindi non necessariamente negativa) e dell'ambiguità (intesa come dato significante, non quale critica o bocciatura).
Vittoria Puccini, nei panni della Gatta, non è abbastanza... gatta! Le movenze ci sono, i cambi repentini di sguardo e di posizione sia del corpo quando è fermo, sia della persona nei suoi movimenti sul palco, pure. La voce sale e si abbassa come a riprendere i contrasti dei miagolii esistenziali del personaggio. Tuttavia, manca qualcosa. Forse scegliere un testo che, sì, è un classico del teatro, ma per il quale tutti, per lo meno chi ha qualche decennio sulle spalle, hanno negli occhi due divi del cinema belli e bravi quali la Taylor e Newman, è stato azzardato. E qui dovremmo andare verso l'insufficienza: 'non è abbastanza...' abbiamo scritto infatti.
Però, dobbiamo registrare che, se il mondo e la vita sono sempre pieni di tetti che scottano, le gatte e, in genere, i gatti si sono nel frattempo evoluti. Adesso, più che le abitazioni e le città di porto, gli sguscianti felini popolano i social network e gli spot pubblicitari, sono dunque più virtuali, maggiormente effimeri, spesso realizzati al computer, migliori o peggiori non sappiamo, oggettivamente più contemporanei. E quindi magari ha ragione l'attrice fiorentina ad infischiarsene di tutto e di tutti e a godersi il coraggio e l'incoscienza della scelta operata per il suo debutto a teatro, pensando a quanto sia deliziosa l'apparente e nervosa leggerezza con la quale rende il suo complesso personaggio.
Vinicio Marchioni è un Brick un po' amorfo, apparentemente meno brillante che al cinema o in televisione, ma, d'altronde, anche il buon Newman non è che ai suoi tempi sfarfalleggiasse esageratamente con quei suoi occhi azzurri più glaciali che profondi. Marchioni non è amorfo dunque, è che Brick è stato dipinto così. Quindi, l'attore deve giocoforza orientare la propria interpretazione in una identificazione in sordina, carica di sottintesi, ipocritamente ambigua, tanto da apparire non abbastanza.... convincente, così come la regia, che pure non è abbastanza...
Chissà però. Ci sta che in questo 'non essere abbastanza...', che superficialmente sa di incompletezza più che di insufficienza, risieda il messaggio che il regista sperava di evitare (“Detesto i messaggi, quindi mi auguro che nello spettacolo non ve ne sia alcuno”, ha detto, ma purtroppo c'è sempre un messaggio, che lo si voglia o no): l'ipocrisia che domina la convivenza umana rende tutto e tutti inevitabilmente ambigui e inappropriati, non all'altezza, non abbastanza... E per questo drammaticamente umani. Infatti, felinamente ambiguo è il finale perché ambigua è la vita. All'ipocrisia - ecco la 'rivelazione' di Williams (che non corrisponde alla battuta finale, ma è significativamente collocata altrove nel testo) - si sfugge o con la morte o ubriacandosi. Tutto il resto è, in un certo senso, noia.
Giudizio sospeso nell'aria e nel flusso dell'esistenza, il nostro. Ambiguo e non abbastanza...
 
dal 20 al 25 gennaio 2015
Teatro della Pergola
FIRENZE

La gatta sul tetto che scotta
di Tennessee Williams. Traduzione Gerardo Guerrieri. Prima nazionale.
Compagnia Gli Ipocriti e Fondazione Teatro della Pergola
Con interpreti e personaggi (seguendo l’ordine dell’autore):
Vittoria Puccini, Margaret; Vinicio Marchioni, Brick; Clio Cipolletta, Mae; Francesco Petruzzelli, Gooper; Franca Penone, mamma; Paolo Musio, papà; Salvatore Caruso, reverendo Tooker e dottor Baugh.
Scene Dario Gessati. Costumi Gianluca Falaschi.
Luci Pasquale Mari. Musiche Francesco De Melis. Regia Arturo Cirillo.

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