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[r] Lella Costa. Camelie e bellissime bambine...

  • Scritto da Elena Meynet

31 marzo 2004
Teatro Giacosa
AOSTA

Traviata, l'intelligenza del cuore

di Lella Costa e Gabriele Vacis

regia di Gabriele Vacis

Lella CostaTi incatena, ti sconvolge, ti provoca... sembra si stia parlando di guerra o di una bella donna. Parliamo di Lella Costa, che guerra e belle donne le sta portando in scena con Traviata. L'intelligenza del cuore.
Il racconto dell'amore (ma anche qui è il caso di esaminare la situazione...) tra una jeune fille, tra la Signora delle camelie e un rampollo da pochi spiccioli oscilla da una coppia celebre all'altra, che una tenda di frange, ondeggiando sullo sfondo, ospita nelle immagini di proiezioni mute cui si sovrappongono le parole dell'attrice. Alessandro (Dumas figlio), ma anche Alfredo ne La Traviata verdiana, sono simbolo dell'uomo sincero, cui però bisogna spiegare tutto e le Alphonsine, le Marie, le Marguerite, le Violetta ne muoiono, pur di non turbare quell'ordine cui si sottomettono. Sono le donne che vivono per la vanità degli uomini, un tempo chiamate mantenute, ora con altri mille nomi che ricordano la dura sorte di quante, tutte, sono state bellissime bambine. Come la Marylin che sorride, proiettata sul fondo, bambina cresciuta e morta d'amore.

«Quanto?» è la domanda di Alfredo e insieme di Prudence, l'amica di Violetta, la Traviata. «Quanto tempo posso averla per me?» chiede lui; «Quanto puoi permetterti di pagare per lei?», chiede l'altra. Sono due mondi che non s'incontrano, quello dell'ingenua passione e quello della concretezza quotidiana. A vincere Violetta, ed a perderla, sarà una lacrima di Alfredo, la promessa di prendersi cura di lei, malata di tisi e non guardata dagli amici invitati a festa. Sulle note de "La cura" di Franco Battiato, inizia questa folle storia che conduce al dramma, a causa della cortesia di Violetta; a causa della cieca passione di Alfredo; a causa di Germont, il padre di Alfredo, timoroso di conservare il buon nome, pronto ad invadere la privacy, mentire, giocare d'astuzia, usare due pesi e due misure pur di ottenere quello che vuole. E Violetta prende sempre più il volto e la voce di Maria Callas, innamorata di Aristotele Onassis, pronta a cure estreme per conquistare la leggendaria silouette... Violetta, che ragiona con l'intelligenza del cuore e si commuove per una lacrima d'amore, non vuol difendere le proprie ragioni, non vuol ferire l'amato; ma Violetta-Lella Costa-Maria Callas non può trattenere un grido estremo di disperazione, che nell'opera diventa «Amami Alfredo come io t'amo!» Difficile. Terribile.
Difficile ricambiare l'amore di una mantenuta, di una prostituta di gran lusso che ascolta sempre, che è sempre pronta per il ballo, per la festa, e mai si risparmia, e sempre nasconde i problemi o la malattia; e mai ha avuto una madre o una famiglia, e sempre desidera e teme quell'amore che capisce con il cuore.
Fino all'ultimo, Lella-narratrice e affabulatrice fa sperare in un guizzo d'intelligenza del cuore, in un lieto fine. Nulla. Un lieto fine si potrebbe avere, invece, per le tante Violetta che popolano le nostre strade (e molte case...), così come per l'altro male inguaribile più antico del mondo: la guerra.

Sempre affascinante, Lella Costa, spontanea, preparata, convinta... Nel salutarla, in camerino nel dopo spettacolo, mi viene alle labbra un paragone tra il pubblico assetato di teatro ad Aosta e quello più composto incontrato a Torino tempo fa, in occasione di Precise parole: quella di Otello e Desdemona «era un'altra storia - dice Lella - più semplice... Ora invece stiamo preparando Alice: farà un viaggio in un paese delle meraviglie particolare, che attraversa anche il mondo delle malattie mentali».
Ancora una volta il teatro ci porta nel cuore della vita quotidiana, anzi nelle sue trame, che forse non vorremmo ricordare, ma chiudere dietro un sipario che confini sul palcoscenico delusioni, dubbi, paure. Anche noi speriamo sempre in un lieto fine.
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