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Giovanni Allevi chiude la terza edizione di Babel: cita filosofi e musicisti classici ma gli piace Jovanotti

  • Scritto da Elena Meynet

L'abbraccio tra Allevi e Colasanti Ha fatto pace con il mondo e preso atto che agli accademici proprio non piace: Giovanni Allevi si racconta nell'ultimo appuntamento di Babel, festival della parola della Valle d'Aosta, presentando il suo terzo libro "Classico ribelle" intervistato da Arnaldo Colasanti, che chiama reverenzialmente "il professore".

Appena si fa vedere sul palco, ogni volta che chiude una frase importante, il pubblico scoppia in applausi esultanti, mentre il pianoforte diventa quasi il suo rifugio, lo strumento che veicola il suo modo di vedere il mondo. Laureato in filosofia, diplomato in Conservatorio in pianoforte e in composizione, ad ottobre papà per la seconda volta, Allevi ridefinisce la musica contemporanea ed una nuova forma di esistenzialismo: «Avrete capito che sono molto attaccato da quella Accademia da cui vengo - così spiega l'ostracismo mediatico cui riconosce di essere sottoposto - Se fai il ribelle dall'esterno è più facile, ma se sei uno di loro... Mentre studiavo nelle aule polverose del conservatorio mi sono chiesto cos'è la musica classica? C'è musica classica contemporanea? La mia risposta, dopo essere stato per vent'anni uno scienziato della musica, è che esistono le forme forme musicali come la sonata, la sinfonia, che i vari Mozart riempiono. Se le forme sono contenitori vuoti, posso prendere quelle forme classiche e riempirle di musica nuova, non è scontato. Scrivo utilizzando forme classiche ma con la ritmica di Michael Jackson. E devo dire che trovo geniale Jovanotti».
Cita Oscar Wilde e il cartone animato "I Simpson", così come parla dei grandi filosofi o dei massimi compositori classici: «L'Accademia mi si è messa contro, va bene così. Sarebbe stato peggio se mi avesse inglobato - conclude - Se io oggi sono qua è per aver avuto coraggio di guardare nel buio dentro di me. La mia musica si nutre di fragilità. Solo chi sta da una parte sarà in grado un giorno di guardare gli altri. L'opera d'arte si realizza nell'ascoltatore. Alla fine del concerto vorrei essere io a chiedervi l'autografo».


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