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Fabio Volo: Il tempo che vorrei Mondadori, 2009 294 pagine. 18 euro Quarta di copertina del nuovo presunto romanzo di Fabio Volo: “Non stai vivendo se non sai di vivere”. Grande verità. La collocheremmo tra 'Un posto al sole' e Mogol ('lo scopriremo solo vivendo'?): non ce ne voglia il paroliere del grande Lucio Battisti.
È che “Il tempo che vorrei” di Fabio Volo un romanzo proprio non è. Al massimo è un'entità che sta tra la morale da fiction televisiva degli anni 2000 (oh my God!) e le parole delle canzoni, non necessariamente di quelle migliori. La trama, si fa per dire, è presto detta: Lorenzo, pubblicitario di buon successo, non sa amare. Lo dimostra con suo padre (rapporto difficilissimo), con la sua donna più importante (che naturalmente lo molla) e con la madre (semplice donna dalla infinita saggezza). Alla fine raccoglie un pugno di mosche. “Federica non c'è più” è l'ultima frase del libro (non ve ne abbiate a male, tanto non è un giallo): luminosa citazione da Nek ('Laura non c'è'). Psicologia da rotocalco, atmosfere da fotoromanzo, grande spesa al supermercato delle citazioni letterarie: troppe, barocche, stucchevoli. I libri veri vanno letti, mangiati e digeriti (come l'idea di Giorgio Gaber), preferibilmente taciuti. Che non emergano in superficie, ma nutrano subconscio e preconscio: dire troppo è non dire niente. Non occorre l'Alka Seltzer per buttare giù “Il tempo che vorrei” di Fabio Volo. Concepito secondo le più moderne tecniche dell'editoria, al termine della lettura si autodistrugge da solo. Senza lasciare traccia, né effetti collaterali. Aria pura, anzi fritta. Enrico Zoi |