[r] Barney's version, di Richard J. Lewis
Il racconto della vita di Barney Panofsky, canadese di origini ebraiche, in Italia fu un vero caso letterario della fine degli anni 90, grazie al romanzo di Mordecai Richler, poi scomparso nel 2001. Nel concorso ufficiale di Venezia 67 arriva la trasposizione per il grande schermo, che ha la firma di Richard J. Lewis – conosciuto per essere autore, produttore e regista della serie televisiva CSI – e vede nel ruolo del protagonista un Paul Giamatti, forse nella miglior performance in carriera, a cui sarà duro contendere la Coppa Volpi.
La sua faccia rassicurante riempie lo schermo su cui sfilano, sotto forma di flash-back, quarant'anni di vita di Barney, pieni di emotività, di romanticismo frustrato, di ossessioni autodistruttive che lo accompagneranno fin da ragazzo verso un'età adulta che non arriverà mai del tutto.
Giovane nella Roma degli anni '70, dove le giornate sono scandite dai romanzi dell'amico scrittore quasi per gioco, accetta un matrimonio strampalato che gli offre il primo calice amaro. Poi il ritorno a Montreal, o meglio nella comunità ebraica in cui immergere totalmente il suo mondo lavorativo e sentimentale, per ritrovare anche il padre (un irresistibile Dustin Hoffman). Ma gli anni passano. Barney è atteso dal mondo della produzione televisiva (di serie b, ovviamente, come annuncia il nome della sua compagnia) e dalla scelta più coraggiosa della sua vita, pur gravata da un peso da cui si libererà solo troppi anni dopo, quando avrà imparato che la difficoltà più grande non sta nell'ottenere ciò che si vuole, ma nel mantenerlo.
«Barney è un tipaccio amabile, proprio come me – commenta Giamatti – anche se ho cercato di renderlo meno irascibile di quanto lo sia nel libro. Purtroppo per lui, ha le sue ossessioni, che lo rendono a tratti un gran bastardo. Devo dire che la sceneggiatura, che inizialmente aveva visto la collaborazione dello stesso Richler, è così bella che io ho dovuto aggiungere ben poco».
E poi c'è il valore aggiunto di recitare con un mostro sacro come Dustin Hoffman.
«E' stata un'esperienza straordinaria - conclude l'attore -. La sua presenza ha letteralmente riempito il set, animandolo in ogni momento. Dopo aver lavorato con lui, posso affermare senza dubbio che se il film fosse stato girato trent'anni fa, avrebbe interpretato il mio ruolo molto meglio di me!».
Leonardo Pasquinelli
10 settembre 2010
67a Mostra del cinema
LIDO DI VENEZIA




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