[r] Tanovic con Cirkus Columbia alla 67esima Mostra del cinema di Venezia

Venti anni fa esisteva una nazione chiamata Jugoslavjia, dove il cielo era il più azzurro d’Europa. Ce lo ricorda Danis Tanovic, che con No Man’s Land si aggiudicò l’Oscar per il miglior film straniero nel 2002. Dopo Triage, presentato l’anno scorso a Roma, il regista bosniaco di origine serba è tornato in Italia con il suo ultimo lavoro, Cirkus Columbia, inserito nella sezione Giornate degli Autori di Venezia 67. Se nei suoi film precedenti Tanovic era andato a scavare dentro il conflitto in modo rude, mettendone a nudo gli orrori ma anche  le responsabilità occidentali in modo assolutamente “politically uncorrect”, stavolta si sofferma sulla Jugoslavjia paese, poco prima del suo smembramento. 

In città i comunisti hanno appena perduto il municipio e Divko Buntic (interpretato da Miki Manojlovic, che continua a non sbagliare un film), figlio di ustascia, ritorna dalla Germania dopo venti anni a bordo di una lussuosa Mercedes. Con lui, l’appariscente fidanzata Azra e l’inseparabile gatto Bonny. Suo fratello ora è sindaco, il che gli consente di “liberare” in poche ore la sua vecchia casa, ancora occupata dalla ex moglie Lucjia, figlia di partigiano, e dal figlio Martin. I due poveretti possono contare solo sull’ex-sindaco comunista, con tanto di busto di Tito in salotto, che oltre ad avere le mani legate, è il primo a scontare sulla propria pelle le prime scintille della violenza che da lì a poco esploderà ovunque. Il rapporto di guerra aperta fra i due ex coniugi – «io e te siamo come Romeo e Giulietta che si odiano» sintetizza Divko dopo l’ennesimo scontro – prelude a quella reale che echeggia in lontananza. Le strade si dividono dolorosamente, prima che sia troppo tardi.
Il film cattura grazie ad una narrazione lenta ma piacevole e alle continue incursioni di quegli aspetti surreali (memorabile la caccia al gatto disperso, con relativa ricompensa in marchi tedeschi, che coinvolge tutta la città), quei piacevolissimi intarsi a cui la cinematografia balcanica, ormai non più da considerasi emergente, ci ha abituato. Una per tutte: «I serbi stanno bombardando Dubrovnjik – mette in guardia il neosindaco croato – sicuramente butteranno giù anche lo Stari Most!». Vale a dire il ponte di Mostar, gioiello dei Balcani. Che sarà distrutto nel 1993 dall’artiglieria croata.
«Per me è stato come fare un viaggio di ritorno alle origini – ha commentato il regista – e man mano che andavo avanti mi ricordavo di come era azzurro il cielo dei Balcani prima della guerra, più azzurro che in ogni altro angolo d’Europa. La sceneggiatura mi ha toccato profondamente, dato che si tratta del mio paese, anche se ora ha un altro nome».
La Croazia non ha finanziato il film... «Ma lo hanno fatto sette altri paesi, fra cui Serbia Bosnia e Macedonia. Quindi il cinema balcanico è ben rappresentato».
Leonardo Pasquinelli

11 settembre 2010
67a Mostra del cinema
LIDO DI VENEZIA  

 

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